venerdì 16 settembre 2011

Una dedica speciale per una persona straordinaria

Questo post lo dedico ad una persona che mi ha salvato la vita o quantomeno l’ha resa migliore di quanto io avessi solo osato sperare.
Mi ha insegnato tanto, la vita, la speranza e il lungo viaggio che mi attende per diventare l’uomo che voglio essere e il padre che sarò.
Mi manca moltissimo ed in questo momento di solenne disperazione una cosa sola mi rassicura: il nostro rapporto è così forte che tutti i chilometri del mondo non potranno allentarlo.
Il resto lo lascio dire a Simon and Gurfunkel.
Io l' aspetterò come un'orso aspetta la primavera per uscire dal letargo e poter vivere ancora giorni ricchi di miele.

lunedì 12 settembre 2011

Tre perle per un amore


Era passato tanto tempo ormai. Eppure se la ricordava bene Antonio la sua prima fiamma. Sentiva che avrebbe potuto riconoscerla tra mille e ogni volta sperava di incontrarla.
Si chiamava Luana la bambina che per prima gli fece battere forte il cuore fino a togliergli il fiato ed era bella come un raggio di sole dopo una notte di pioggia ed ogni volta che la vedeva la sua temperatura corpoorea saliva all'inverosimile e il suo cuore era un terremoto senza epicentro.
Già allora Antonio poteva contare su una buona chiacchiera che incantava le ragazzine più grandi ma con Luana sentiva che questo non bastava. Occorreva di più, serviva di meglio.
Cosa non ebbe mai il tempo di capirlo. Le ragazze sono dei rebus difficili da risolvere per chi si diletta con i cruciverba facili della Settimana Enigmistica e nessun sudoku vi farà sudare tanto quanto cercare di indovinare cosa piace ad una ragazza.
Antonio questo lo aveva capito benissimo e per quanto s'ostinasse ad interrogare lo specchio del bagno non riusciva a trovare nessuna chiave dialettica ne espediente pratico per girare dalla sua parte quella graziosa frittata di nome Luana.
Eppure aveva provato mille volte ad avvicinarla, parlarle, vederla, ma per quanti sforzi facesse non c'era nulla da fare.
La sua presenza lo irretiva a tal punto che quando i suoi occhi incrociavano i suoi lui si sentiva perduto.
Rammentava bene Antonio mentre stava seduto su una panchina dei giardini pubblici ad osservare i bambini eccitati per il primo giorno di scuola, gli effetti di quel suo precocissimo amore;ricordava ad esempio, come il pranzo fosse breve quanto una sosta ai box di una Formula Uno utile quel tanto che bastava a rifocillarsi e correre dal fioraio a comprare due rose e scrivere bigliettini come questi: " Due rose per te, una vita con me...! Vuoi?... che poi posava vicino la porta della casa della bambina in attesa che quella porta si aprisse e lui potesse vedere almeno una volta quell'angelico viso per poter andar a dormire in pace.
Quegli appostamenti durarono tutto l'autunno e nonostante fosse diventato amico degli scoiattoli e avesse imparato a riconoscere i versi dei passeri in calore aveva capito : una piantagione di rose non basta ad entrare nel cuore di una bambina e nemmeno nella sua testa. Lei infatti, continuava ad ignorarlo.
Non il suo cuore però.
Dentro il suo corpicino, Antonio ardeva di desiderio e un giorno durante la ricreazione decise di smetterla con quella pantomima e di rivelarle una volta per tutte quello che sentiva.
Ma prima di farlo decise di ricorrere ad un'ultimo, disperato gesto.
Così una mattina d'inizio inverno, mentre la madre ancora dormiva, penetrò furtivamente nella sua camera e in punta di piedi, sospendendo anche il respiro, si diresse verso il portagioie della madre dove lei era solita conservare tutte le sue chincaglierie e s'impossessò rapace di tre perle placcate d'oro (in realtà erano fondi di bigiotteria ma che per lui e il suo giovane cuore innamorato erano preziose come tutto il mondo allora conosciuto).
Sapeva benissimo i rischi a cui sarebbe andato incontro, ma in quel momento ad un passo dal suo amore, non gliene importava nulla perchè sentiva che il suo piccolo cuore aveva già delle ragioni che la ragione non poteva comprendere.
Quel giorno arrivò a scuola prima del solito. Aveva una cosa da fare. L'unica cosa che contava in quel momento.
Era eccitato, contento ed impaziente di regalare alla dolce aguzzina del suo cuore le conseguenze di quel tenerissimo gesto d'amore.
Quando gli apparve, s'avvicinò febbrile e porgendole quel dorato passepartout, le disse: "Questi se li accetti, saranno i primi di una lunga serie".
Incredibile: c'è l'aveva fatta.
Ora secondo copione, toccava a lei dirgli qualcosa, accennare un timido sorriso, un piccolo bacio, un tenero abbraccio, una calorosa stretta di mano qualunque cosa. In quel momento sentiva che qualunque cosa avrebbe potuto spedirlo in Paradiso.
Non immaginava certo che di lì a poco sarebbe sprofondato nel più crudele degli inferni.
La graziosa bambina che per mesi aveva popolato le sue fantasie di giovane innamorato, si trasformò nello spazio di una ricreazione nella megera più crudele del mondo.
L'ex dolce bambina che era, non solo gettò le perle a terra frantumandole ma completò l'infame opera con uno sputacchio d'autore.
Non poteva crederci.
Rimase lì impietrito, con gli occhi disfatti, il viso sputacchiato e tutto il suo amore sepolto sotto chili di polvere.
Era sconvolto, impotente, irretito, confuso, umiliato e disperato: avrebbe voluto morire.
Sapeva bene comunque, che la sua ora era lì lì per scoccare; c'era la madre da affrontare e la sua ira funesta che lo aspettava come un avvoltoio sull'altopiano dello Yucatan.
Rassegnato a subirsi tutte le conseguenze di quel suo folle gesto d'amore, con la dignità di un condannatom a morte, Antonio tornò a casa.
Con sua grande sorpresa scoprì che la suprema Corte non s'era ancora riunita e nessuna sentenza era stata pronunciata. Ma nessuna esultanza accompagnò quella piccola grazia della sorte.
Non ne aveva la forza.
Amare è un mestiere difficile a otto anni e consuma un sacco d'energie e lui non ne aveva più.
Con le poche rimaste, si nascose nella credenza e li sarebbe morto se non fossero giunte da lontano le urla demoniache della madre. Le sole che avrebbero potuto ridestarlo dal suo torpore pieno d'innocenza.
Poi furon solo botte, calci nel sedere ed ematomi che per mesi contrassegnarono il corpo del giovane Antonio e tutto per un amore da sogno finito in un incubo e tre schifosissime perle del cazzo.

domenica 11 settembre 2011

L'eterna passeggiata degli innamorati


L'altro giorno pensavo a tutti quei sedicenti maghi che sostengono di poter far scoccare la scintilla dell'amore anche tra persone che non si conoscono o che a stento si sopportano.
Non so se questo sia effettivamente possibile.
Per quanto mi riguarda penso che gli esseri umani s'incontrino già nei sogni e che i destini s'incrocino tra loro creando primitive architetture collaudate nel tempo e incise per sempre nella memoria genetica d'ognuno di essi in modo che ,al momento opportuno , questi predestinati all'amore si riconoscano e si tengano per mano sul sentiero che conduce a pinete vergini ed immortali e non si lascino più perchè per loro il Destino ha scritto la parola "eternità".

giovedì 1 settembre 2011

Nei paraggi dell'amore mai!




Ormai è chiaro: l'uomo sogna tutta la vita la metropoli ma vive sempre in periferia.
La cosa può far sorridere ma è così.
Rifletteteci: un essere umano spera tutta la vita di incontrare il grande amore, e poi tutto quello che cerca è una bella scopata.
Sarà la crisi che spinge l'uomo a ridurre le aspettative, spezzare le attese, sminuzzare gli attimi, strangolare i sogni più belli ma conviene adeguarsi e tacere.
Per quanto mi riguarda invece, sento d'essere un'eccezione alla regola.
Non bighellonerò mai nei paraggi dell'amore per non ferire, per non ferirmi.
Anche perchè comunque l'amore ti viene a cercare, e in quei momenti un uomo che sia un uomo, non può sottrarsi e sebbene non le si cerchi e si faccia di tutto per ignorarle, le campane a festa dell'amore vero contraddicono il muro dell'orgoglio e rivelano un'umana viltà:la solita paura d'amare.
In quei casi cari lettori, è bene ricordarsi cosa sia amare.
Amare è rivelarsi non solo nascondersi nel proprio egoismo scoprendo anatomie, navigando su labili certezze.
Amare è essere l'altro, percepire i suoi pensieri, sentirli sulla propria pelle, in fondo al cuore, nell'anima.
Tutto molto bello. tanto bello da sembrar quasi finto.
Basta un click sul telecomando è la frittata è fatta. Un colpo di pistola,la lama di un coltello, un'attimo di follia e t'accorgi che le cose non stanno così.
Altri essere viventi conoscono l'amore.
Forse i camaleonti, le amebe o i topi di città.
Noi umani rimaniamo alla periferia di noi stessi rosicchiando momenti.
Alla faccia di Papa Castoro.

martedì 30 agosto 2011

Le avventure di un povero apprendista pescatore


Oggi vi parlerò di un particolare esercizio estivo. Un passatempo che non è esattamente un diporto e per la quale chi ha il riporto può rischiare il parrucchino e tutti gli altri un esaurimento nervoso. Vi parlerò della pesca.
La pesca è un esercizio per uomini pazienti e donne coscienziose: tutti voi forse non io. Attenzione avete letto? Fin dall’inizio di questo pezzo- sfogo l’ho chiamato in maniera generica e formale, esercizio e non come forse sarebbe più opportuno, attività sportiva.
La questione può sorprendere ma fidatevi: so di cosa sto parlando e quanta abilità occorre. Allungarsi sul bagnasciuga con un verme nevrotico in mano e una marea di zanzare attorno non è facile. Staccare e ributtare in mare tre pesciolini folgorati dalla bombarda, non è una storia per cuori teneri: e necessaria forza d’animo e mano ferma.
Tranquilli, miei cari lettori. Questo pezzo non è la dichiarazione di resa di un uomo sconfitto dai marosi e annoiato dall’amo. Semmai una timida richiesta d’aiuto.
Dopo molti giorni, qualche lancio e abbastanza pesci ho capito che la pesca potrebbe piacermi ma i preparativi son bestiali e quando cominci ad entrare in partita ecco che è ora di tornare a casa.
Negli sport che ho conosciuto e praticato (calcio, pallacanestro, pallamano), i preparativi erano facili e divertenti. Nella pesca invece, tutto è complicatissimo.
Il nodo che l’amico esperto e scaltro ha preparato è un gioco di prestigio difficile da riprodurre nel vento, il galleggiante non galleggia. Il piombo non sprofonda come dovrebbe per non parlare del mulinello – monello che se non stai attento diventa una matassa inestricabile e burlona.
Voi penserete stia solo esagerando ma per quanto mi riguarda la pesca, è fonte di frustrazioni.
Intorno a me tutti esultano raccontando di mirabolanti imprese mentre io sono ancora fermo alla teoria. I vermi mordono? Perché i bigattini si chiamano bigattini e perché alcuni li mettono in frigorifero?
Fin qui le questioni teoriche. Ora ci sarebbe la prassi sulla quale se potessi farei scendere un misterioso silenzio. Se non fosse che il ruolo e la volontà mi impongono di raccontare e quindi lo farò senza alcuna reticenza.
Diciamo che quando pesco (o almeno tento) non somiglio a Sampei. Quando guardo un verme, ho l’impressione pianga, Quando osservo il galleggiante sono assalito da questioni amletiche: perché va giù? Troppo piombo? Perché non va giù? Poco piombo? Quando è il momento di mettere una nuova esca devo schivare uno sciame di zanzare invidiose.
Basta. E’ giunto il tramonto. E ora di smetterla. Smetterla, posare la canna e tornare a casa.
Di solito in quelle ore, è possibile vedere sfilare il sorridente pescatore esperto felice e soddisfatto.
Come lo riconosco? Facile. Dall’’espressione radiosa e soddisfatta del suo volto. Osservandolo bene capisco che ne ha tutto il diritto.
I mulinelli con lui son mansueti, le zanzare lo ignorano, i pesci lo idolatrano e si consegnano docili al suo stomaco.
Come superare quest’onta? Qualcuno me lo dica. E per favore m’insegni.

domenica 28 agosto 2011

Cosa resta di un'estate?


Cosa resta di un'estate?
Rimane in fondo, come naufraga superstite, una vaga memoria di precarie lagune, l'acqua salata che spezza la schiena, stesa ad asciugare sul bagnasciuga.
Resta la speranza che qualcosa affiori, che un'onda improvvisa si stacchi dal mare e ti avvolga in un impeto di umana passione, ma quando la speranza pare farsi più chiara, ecco giungere l'alba a tagliare il cordone ombelicale dei sogni più lieti che s'infrangono come onde sugli scogli.

sabato 20 agosto 2011

"Tyson"


In paese tutti lo chiamavano "Tyson" perchè anche se era magro come un chiodo, con quel suo alito che sapeva del vino più scadente in circolazione, era capace di metterti kappaò.
Forse una volta un nome c'è l'aveva avuto pure lui, ma ora non contava più, e se pure in qualche modo sarebbe potuto servirgli, non se lo ricordava nemmeno.
Di "Tyson" si sapeva in giro solo quello che si poteva intuire da quel poco che era possibile chiedergli nei pochi momenti di lucidità che l'alcol gli concedeva.
"Tyson" era un quasi barbone ( le definizioni nette sono per quelli che hanno la coscienza sporca con la vita diceva), senegalese di quarantacinque anni che la vita tutto sommato aveva trattato bene.
Il Comune gli aveva regalato un tetto dove poter riposare e tutto il paese faceva il possibile per garantirgli un'esistenza dignitosa.
"Tyson" stava bene quindi e alla vita non aveva mai chiesto nulla. Neppure un lavoro.
Nonostante nella sua vita passata (come la chiamava lui), avesse conseguito un Master in Economia che gli aveva permesso d'occupare una posizione di rilievo all'ambasciata senegalese in Italia, ad un certo punto aveva detto basta preferendo i languidi marciapiedi del paese alle poltrone in similpelle del suo ufficio.
"Tyson" probabilmente non ne era perfettamente consapevole, ma era davvero simpatico.
Lo pensavano tutti in paese.
Anche Antonio che infatti lo preferiva di gran lunga alle schiocchezze con cui la madre si rimbambiva quotidianamente davanti alla tv.
Era un gran camminatore "Tyson".
Sei chilometri al giorno il suo allenamento quotidiano. Quelli che lo separavano dalla sua casa che stava alla periferia del paese. Era tutta buchi e ci pioveva sempre dentro.
Avrebbe potuto lamentarsi, inoltrare querele, fare ricorsi ma non fece mai nulla.
A chiunque gli domandasse il perchè di quel silenzio lui nel suo accento spiccatamente anglofono rispondeva: "Le gocce di pioggia? Le lacrime son peggiori". E dicendo questo regalava all' inquisitore di turno sempre un fazzoletto con un ricamo artigianale sopra.
Quei fazzoletti ricamati diventarono presto il marchio di fabbrica di "Tyson" che per quei piccoli capolavori chiedeva solo cinquanta centesimi.
Una cifra tutto sommato onesta rispetto a quelli che pretendevano quei poveri che s'attardavano pigri in piazza tutti i giorni e che gli consentiva d'infilarsi la sera nel discount del centro per comprarsi la sua quotidiana provvista d'alcol e illusioni.
Ma non è finita qui: "Tyson" era un'artista polivalente; oltre ad essere un'artista del taglia e cuci era anche un mago della nicotina.
Difatti era bravissimo nel raccattare tutte le cicche che trovava in terra e a fumarle fino all'ultima traccia di nicotina disponibile.
Tutte le volte che Antonio e "Tyson" s'incontravano era automatica la piccola transazione economica.
Non sapeva se tutte le storie che si raccontavano in giro su di lui fossero vere o solo un parto della mente pettegola della gente, ma in cuor suo sentiva di stimare davvero quell'uomo.
Qual'era in fondo, la reale differenza tra loro due? Nessuna.
Eppure che ci crediate o no, era lui a sentirsi inferiore ogni qualvolta il suo sguardo incrociava quello di "Tyson".
In lui vi era qualcosa che non aveva mai visto da nessun'altra parte e in nessun'altro essere umano.
Il peso di una libertà desiderata, afferrata e difesa contro tutto e tutti.
Il segno di questa conquista lo sbaragliava completamente facendolo a pezzi.
A pezzi.
In fondo la cosa non doveva disturbarlo troppo.
La sentiva ormai come la sua condizione naturale.
Era una vita che non faceva altro che dissiparsi qua e là senza ricomporsi mai del tutto.
Nell'altera fierezza di quell'uomo invece, vi era tutto quello che lui non era e solo per quella conferma quotidiana sentiva che valesse la pena darglieli quei soldi.
Questo tacito baratto continuò fino al giorno in cui lui disse "Non sai quanto rinuncerei a questa moneta in cambio di due parole".
Per Antonio fu una folgorazione.
Rimise subito in tasca il cinquantino e cominciò una chiacchierata infinita con quell'anima scordata e d'improvviso tutto gli parve più chiaro e la vita gli sembrò per una volta più bella.