martedì 21 giugno 2011

Un amore estivo


Una sera di otto anni fa, incontrai una rosa e subito desiderai farne la mia sposa.
Ma l'illusione durò lo spazio di un solstizio, e ratto sbarcai nella sensazione di sentirmi un cretino.
Ma certi viaggi son lunghi da fare per chi non ha un navigatore nella testa e ha dentro di sè il coraggio delle proprie emozioni.
Il solstizio d'estate mi regalò il suo sguardo, palloncini nel cuore, e stelle filanti nel telefono, poi un dedalo d'arabeschi sgargianti composti da mani che s'allacciano, bocche che si sfiorano.
La fine fu un lembo di un fazzoletto sgualcito e sfatto come i suoi capelli al vento di primavera e parole scritte sui muri di una stanza.
Ma non c'è perdita nell'acquisizione di una doppia consapevolezza: gli esseri umani sono pianeti che girano intorno e la mutanda bianca è il salvagente di un'anima a rischio.

domenica 19 giugno 2011

La donna del Capitano


Non ricordava più chi glielo avesse detto per primo.
Sta di fatto che ogni volta che andava da qualche parte se ne schiaffava in faccia un paio di gocce e il gioco era fatto. Le donne cadevano tutte ai suoi piedi.
Sarebbe andata così anche quella volta ne era sicuro. Eppure non avrebbe voluto.
La donna che lo aspettava all'incrocio della strada provinciale non era una donna qualunque. Era la donna del capo. Anzi no:era la donna del Capitano della nave come amava definirsi lui stesso dopo tre mojiti e quaranta ore di un corso sulle nuove strategie di marketing.
Ora, Antonio non aveva mai capito cosa centrasse il marketing con il suo squallido lavoro d'archivista, ma il corso era obbligatorio e le gratifiche giornaliere sono importanti quando ogni sera trovi ad accoglierti solo una bottiglia di Jack Daniels.
Moana l'aveva conosciuta una sera al termine di una di quelle sovraeccitate lezioni.
Era sempre stordito alla fine di quelle jamsession di numeri e statistiche ma il velo di malinconia che c'era dentro quella donna con gli occhi neri e i completini bianchi a pallini rossi l'aveva proprio colpito se non altro perchè sembrava imprigionata in un ruolo non suo dal quale se non fosse stata follemente innamorata del Capitano sarebbe fuggita volentieri.
Anche lui si sentiva un fuggiasco. Per cui fu facile fare amicizia con lei.
Gli alieni della vita si riconoscono subito fra loro e finiscono presto per sviluppare belle sintonie corroborate da grandi passioni che li rendono praticamente inseparabili. Come se si conoscessero da sempre ma si fossero incontrati solo in quel momento.
Fu così con lei.
Era una grande appassionata di cinema sudamericano.
A lui invece non piaceva affatto.
Il Sudamerica per lui iniziava col calcio e finiva con le telenovelas con cui la madre si rintronava quand'era più giovane passando per i fondoschiena di modelle argentine e brasiliane che abbellivano i depliant dei centri vacanze che riempivano la sala d'aspetto del suo dentista.
Il desiderio di scoprire il motivo di quella malinconia che viveva all'interno di quella procace trentenne, lo incuriosiva da morire.
Si mettevano sempre nelle ultime file così che lei potesse dare da mangiare al suo canarino e soddisfare la sua voglia d'essere amata davvero.
In quelle ore d'amore e libertà, Antonio scopriva un mondo diverso.
Moana era davvero infelice. Si sentiva usata dal Capitano che poi comunque nelle occasioni in cui la tempesta ormonale infuriava degradava a mozzo e nonostante tutto la spremeva come un limone costretta com'era a ripassare tutte le posizioni del kamasutra nel tentativo di risvegliare quella tigre addormentata .
Troppo forte in lui la convinzione che lei lo amasse e comunque gliela avrebbe sempre data.
Troppo forte la compassione di lei che comunque ora poteva contare su magnifiche sessioni di recupero.
Ormai la cosa andava avanti da mesi. Tre volte a settimana dopo aver cavalcato il Capitano toccava a lui subentrare per secondi tempi da urlo.
Il campo da battaglia era ogni settimana diverso. Lo schema invece sempre uguale: proiezione , film, ultime fila di un cinema qualunque, luci che si abbassano e via verso paradisi incontaminati e viaggi da favola.
Era proprio una donna degna di un Capitano.
Erano anche ottimi amici e quando alla fine della giornata si salutavano per l'indomani, non poteva non trattenere un sorriso.
Una di quelle sere, alla fine del corso, doveva aver esagerato perchè il Capitano gli chiese di fermarsi un pò dopo la fine della lezione. Doveva chiedergli una cosa.
Un'ondata di terrore lo travolse all'improvviso lasciandolo madido di sudore e tremante di paura. Che quel fucile a canna corta avesse scoperto tutto?
Pensava a questo quella sera in cui il Capitano gli aveva chiesto di fermarsi un pò dopo la lezione per parlare e ora che gli si avvicinava risoluto.
" Posso chiederti una cosa?"
"Dimmi" fece Antonio cercando di esibire la faccia più disinvolta possibile .
"Che razza di profumo usi"? Sai, mi piace e vorrei comprarlo anch'io".
"Jean Paul Gautier.... n1. Muschio bianco. Un paio di gocce e le donne cadranno tutte ai tuoi piedi". Disse queste parole rapidamente in modo da togliersi d'impaccio prima possibile.
Lo salutò in fretta. Poi sicuro di non esser visto, tirò un sospiro di sollievo.
La luna era alta in cielo a testimone di quella sua nuova vittoria sulla vita. Sorrise.
Il muschio bianco aveva colpito ancora.

Tre pugnette al giorno

L’ufficio postale stamattina era stranamente deserto, davanti a me c’era solo una vecchietta che doveva ritirare la sua magra pensione e un ragazzo con gli occhiali rotti che cercava in tutti i modi di attaccare discorso. Faceva un caldo della madonna, i dipendenti se la spassavano con l’aria condizionata e noi poveri cristi sudati e bistrattati come tante bestie da soma aspettavamo il nostro turno solo per pagare le bollette a Mamma Italia. La vecchietta cominciava a darmi i nervi, aveva dimenticato a casa i documenti e la sua puzza mi si era attaccata addosso, un misto di piscio rancido e borotalco di pessima qualità, il tutto legato all’odore stantio della campagna e del letame che da queste parti non manca mai. Leggo il giornale per perdere un po’ di tempo : a Milano si è formata una fila di due km per vedere il nuovo modello di Dolce e Gabbana. Mi viene da ridere ed esco fuori. Stavo cominciando a credere che la crisi di questi anni sia solo una fandonia inventata da certa gente di sinistra, le persone vere erano quelle in coda a chiedere l’autografo e la foto ad un ragazzo di trent'anni ultramilionario, le persone vere sono quelle che si divertono la sera nei locali e si ubriacano sulla spiaggia vomitando in mare.  Noi siamo solo dei poveri stronzi. La crisi non esiste. È come sparare a  dei maiali in volo.
Rientro dentro, la vecchietta mi fa cenno di avvicinarmi.
«Mi puoi firmare tu che non so scrivere?» mi chiede impaurita.
Conosco parecchie persone che non sanno né leggere e né scrivere ma non li biasimo. L’ignoranza alle volte ti salva da una vita troppo caotica, dai telegiornali catastrofici, dai libri che non vuoi finire, dai professori noiosi e dai dottorini che hanno studiato a Cambridge.
La puzza di piscio era tremenda ma giusto il tempo di uno scarabocchio sul libretto postale e ritorno a sedere al mio posto. Il ragazzo con gli occhiali rotti si avvicina e mi chiede :
«Posso  vedere il giornale?»
« Se ti va» gli rispondo annoiato.
«Tu sei di qui?» mi chiede con un misto di stupore.
«Si, ma è come se non lo fossi»
Poi avvicinandosi ancora di più e toccandomi il braccio con la mano sudata mi fa:
« La gente dice che sono stupido»
«Anche di me lo dice ma  non ci faccio più caso»
« Lo sai che posso infilarmi tre dita nel naso?» mi fa in tono di sfida.
« Non ci credo!»
Si infila  tre dita nel naso allargando la narice all’inverosimile e poi rivolto a me dice:
« Hai visto?»
« Cazzo, sei bravo»
«Tu lo sai fare?»
« Veramente no…»
«Allora sei più stupido di me!!!»
«A volte si» ammetto con dispiacere.
Era il mio turno allo sportello. L'operatrice era giovane e per nulla gentile, non è facile gestire tante persone in una sola mattinata. Mi avvicino al vetro:
«Buongiorno, devo pagare il gas»
«Dammi il bollettino» mi risponde acida, riuscivo a sentire l’odore del chewin - gum alla fragola misto ad una leggera alitosi frutto di una lavata di denti superficiale.
«Prego…» le dico  porgendo il conto corrente.
«Sono 100 euro e 50 cent.»
«Cazzo, questi sanno come arricchirsi sulle nostre spalle!»
«Non sono fatti miei»
Poi  mentre prendevo il resto dei miei soldi le chiedo « Come mai voi avete l’aria condizionata e noi no?»
«Devi fare richiesta alle Poste Italiane non a me».
Mi allontano arrabbiato e chiedo al ragazzo con gli occhiali rotti :
« Come ti chiami»
«Francesco, come mio nonno» mi fa orgoglioso.
«E' sempre la stessa storia, non cambierà mai niente in questo paese» gli dico amareggiato. 
Parlavo ai muri, perché Francesco si era messo a strappare il mio giornale e mangiava strisce di carta.
« Tu li sai fare i rutti mentre parli?» mi chiede incantato.
«Una volta si».
«E ora che fai?»
«Scrivo racconti al computer»
« Sono belli?»
«No, non tanto»
«Io al computer guardo i film porno e mi faccio  tre pugnette al giorno»
«Attento che diventi cieco» gli dico divertito.
«Non fa niente, mi cambio gli occhiali»
A Francesco piaceva la figa, perché sapeva che era l’unica cosa che ci avrebbe salvati e  redenti da questa vita misera. 
Esco dalla posta e mi avvio alla macchina, il sedile è talmente caldo che rischio di farmi uscire delle emorroidi grosse come un fungo. Mi fermo sul lungomare a guardare il riflesso del sole sulle onde. Non avevo mai visto uno spettacolo così bello.

sabato 18 giugno 2011

Cos'è la felicità?


Dicono che la felicità non esista. Che sia solo un indice matematico nascosto dentro una ricerca di mercato. Come se bastasse contribuire all'innalzamento del debito pubblico, per eliminare le prove di miliardi d'acquisti sbagliati e poi riciclati al primo fesso che passa per strada.
Dicono che quanto affermano sia comprovato da barbosi studi clinici effettuati nei migliori laboratori.
Hanno il camice bianco, la chioma folta da divi e un sorriso che non lascia dubbi questi novelli Freud d'accatto.
Almeno a chi non ne ha bisogno.
Per me la felicità è una luce che squarcia un cielo pieno di nubi.
L'ho vista anche stamattina eppure il cucciolo che vive dentro di me non era ancora soddisfatto quindi me ne sono andato in cucina a mangiare uno yoghurt ai 5 cereali.
Eppure non ero tranquillo. Quella domanda continuava a rimbombarmi nella testa attendendo una risposta: cos'è la felicità?
Non la conosco.
Sono stato infelice troppo a lungo per sapere bene cosa sia.
Ma so perfettamente cosa non è.
La felicità non è un sorriso perfetto, una camicia stirata, una tovaglia intonata, un abito giusto.
La felicità non è un appuntamento centrato, una scadenza rispettata, un tempo levigato come un coltello appuntito utile ad eliminare possibili avversari su una strada in salita.
La felicità non è un filo teso tra sofferenza noia e disinganno.
Se pensate questo lasciate stare.
Fermatevi piuttosto. Fermatevi subito. Prima che il tarlo della competitività vi divori da dentro.
Accarezzatevi, tenetevi stretti, lasciate che l'energia della natura s'irrori in voi completamente, non badate alle sciocchezze della società, ai pruriti della gente, alle opportune circostanze.
La felicità è il tutto strappato al nulla.

venerdì 17 giugno 2011

Curva minore



Perdimi, Signore, che non oda






gli anni sommersi taciti spogliarmi,





si che cangi la pene in moto aperto:





curva minore





del vivere m'avanza.





 





E fammi vento che naviga felice,





o seme d'orzo o lebbra




che sé esprima in pieno divenire.





 





E sta facile amarti





in erba che accima alla luce,





in piaga che buca la carne.





 





Io tento una vita:





ognuno si scalza e vacilla





in ricerca.





 





Ancora mi lasci: son solo





nell'ombra che in sera si spande,





né valico s'apre al dolce





sfociare del sangue.




 




( Salvatore Quasimodo )



giovedì 16 giugno 2011

Non è cambiato niente

 
Era il novembre 2002, sono passati nove anni ma non è cambiato niente. E' meglio farci due risate.

L'Italia si droga per difesa psichica

Iggy Pop mi guarda dritto in faccia e canta: ‘L’America si droga per difesa psichica’; solo che invece dell’America lui dice l'Italia, e basta quella sua frase del cazzo, pura e semplice, a chiarire quel che sono, molto meglio di qualunque altra cosa. Interrompo il mio ballo di San Vito e resto lì impalato a guardarlo, sbalordito. Ma i suoi occhi adesso sono passati a guardare qualcun'altro...

(Irvine Welsh, Trainspotting )