martedì 15 luglio 2014
lunedì 14 luglio 2014
Il gesto atletico di Mario Götze: l'impresa di un uomo, la fotografia di un Paese
In
un M
ondiale dove son mancate le stelle piu’attese, a farsi largo, prendendosi il mondo, è un astro nascente di un motore inesauribile: Mario Gotze e la sua Germania . Ventidue anni, il centrocampista tedesco, ricuce in un istante irripetibile, con classe e tempismo quello che la storia aveva murato per decenni, regalando ai suoi compagni un Mondiale tutto intero e ampiamente meritato.
ondiale dove son mancate le stelle piu’attese, a farsi largo, prendendosi il mondo, è un astro nascente di un motore inesauribile: Mario Gotze e la sua Germania . Ventidue anni, il centrocampista tedesco, ricuce in un istante irripetibile, con classe e tempismo quello che la storia aveva murato per decenni, regalando ai suoi compagni un Mondiale tutto intero e ampiamente meritato.
In
virtù di una coesione e programmazione straordinaria. Di gran lunga superiore all’individualismo
brasiliano e la cabala olandese.
Ci
sarebbe in mezzo, anche l’Argentina di
un Messi poco ispirato e tanto, troppo
irriconoscibile e lontano da se e’ dal suo lontanissimo padre calcistico: Diego
Armando Maradona . Il Pibe de Oro puo’restar pingue e gaudente
nel suo olimpo di piedi fatati e mani malandrine ancora per quattro anni e chissà
quanto tempo. Lionel non puo’ seguirlo e non potra' farlo fin quando resterà prigioniero
di un paragone impossibile monco fautore di un verbo solitario non ascoltato
nemmeno da chi ieri sembrava fosse in vena di farlo: quel Lavezzi costante
spina nel fianco nel tiglioso costato tedesco inspiegabilmente espunto alla
fine del primo tempo per un Aguero balbettante e fuori condizione, inserito
forse per mantenere intatto l’equilibrio perfetto della partita rotto soltanto sui titoli di coda dei tempi
supplementari magari solo per risparmiarci l’estrema agonia dei calci di rigore.
Sarebbe
stato davvero troppo questa severa appendice intorno ad una competizione
scivolata via senza passione, empatia, foga.
Troppo
bello il gesto atletico di Mario Götze
: agile, preciso, determinato. L’impresa di un uomo. La fotografia di un Paese
cui la trasferta brasiliana ha regalato nuove consapevolezze impiantate a viva
forza nel pantano d’illusioni argentino.
Un'illusione
di luna sospesa sul velo delle brume tedesche supportata dal cuore compatto e
gambe svelte di un’Argentina che ha provato fino all’ultimo a navigar forte pur controcorrente. Invano.
Alla
fine, piu’ potente della gioia di una squadra, e della soddisfazione di una
nazione, resta l’immagine di due percorsi di vita differenti che il pallone
(meglio di una Raffaella Carra’ o una Maria De Filippi ) ha
fatto incontrare nel pretesto di una partita in cui il reciproco abbraccio non ha sciolto
le rispettive tensioni distillandole con cura nei volti dei suoi protagonisti.
Da
una parte i tedeschi: un reticolo di viaggi
compiuti stando al centro della stanza, e negli uffici della loro Federazione attenti a tutto pur di centrare l’obiettivo; dall’altra, gli argentini una mappa di sensazioni difficili da snodare nell’arco di centoventi minuti.
compiuti stando al centro della stanza, e negli uffici della loro Federazione attenti a tutto pur di centrare l’obiettivo; dall’altra, gli argentini una mappa di sensazioni difficili da snodare nell’arco di centoventi minuti.
E noi italiani,
spettatori neutrali e silenti, fuoriusciamo smarriti, cercando la grazia di
un riconoscibile disordine .
venerdì 11 luglio 2014
L'incubo che nutri
Corrotta è
la tua ombra,
crisantemo risorto
tra le stoppie livide
della barbarie notturna.
Con durezza di canapa
graffi
l’aria torpida
e triste.
Aspro è
il segno che lasci .
Ancora più
acre è
l’incubo che nutri.
giovedì 10 luglio 2014
Il tempo perfetto di Sergio Romero
Forse era tutto scritto in quel cognome.
Romero.
Forse solo lui poteva stappare il gorgo di ruggine stretto alla gola dei suoi compagni e condurli all’apoteosi della finale.
Con quei lineamenti indi era prevedibile non preventivabile. Bollicine s’attendeva dalle contendenti.
Presto finite nella precaria balbuzie della paura d’offendere e ferirsi con l’arpione dell’inatteso.
Cosi prigionieri di una ferruginosa recita, s’e’ andati avanti in una esosa partita a scacchi interrotta da rapinose scosse d’argentina adrenalina dove e’ il portiere olandese a rischiar brutto.
Romero invece zitto. Ha parlato per lui Mascherano dandogli il mantello dell’eroe. Scaccia paure, pensieri, incubi.
Forse era tutto scritto in quel cognome.
Romero.
Forse lui solo per omonimo casato sapeva.
Sapeva il punto esatto in cui, il preciso momento, l'attimo, il tempo perfetto. Compreso nell’stante, il potere di cicatrizzare un frettoloso accantonamento nella stiva di Bogliasco e regalare ai suoi tifosi- una gioiosa lacerazione,un piccolo intuito potente come una scossa, un gemito sommesso. Due volte raccolto allo zenit di una passione infinita quasi fosse rosa o nota persa in una sinfonia.
Sua soltanto.
Nostra per traslato incanto. Una lezione di vita.
Quell’hic et nunc che bussa alla porta della nostra coscienza esigendo irripetibile soddisfazione. Immediato accoglimento.
La poesia della vita e del calcio che ne e’ rotonda sintesi, è tutta in questa unicità.
Anche a onore e gloria di un Paese intero.
mercoledì 9 luglio 2014
Se Mauro Icardi deve preoccuparsi della nazionale tedesca
Quando
la realta’ freme, la natura risponde senza nessun pudore di mortificar
coscienze e far strillare statistiche.
Anche
cosi’ si spiega il settebello calato dalla Germania a quel che resta del triste
acquerello brasiliano.
Figlio
di una bellezza violentata da gravi assenze, il Brasile non ha saputo opporre
resistenza al ciclone teutonico che riscrivendo la storia del Mondiale non ha
badato a leziosità sfondando la banalita' della statistica.
Come
un amante consumata, infatti, la
Germania ha timbrato il cartellino sette volte nel giro di
mezz’ora minando la tranquillità di un sereno pomeriggio d'estate abbagliando
di lacrime gli occhi di milioni di persone, vincendo le catene del tempo, trascinandolo
nel fondale dei pensieri piu’arditi, oltre le canne palustri delle mere
circostanze, che il vento accarezza costante con il tocco impavido di un ludibrico amante.
Al termine di un feuilleton monocorde e a senso unico, e ' solo uno il messaggio da consegnare agli annali: i signori del calcio non abitano le favelas. Un altro panorama avvince infatti, il dio Eupalla.
Al termine di un feuilleton monocorde e a senso unico, e ' solo uno il messaggio da consegnare agli annali: i signori del calcio non abitano le favelas. Un altro panorama avvince infatti, il dio Eupalla.
Dagli
ombrelloni tersi delle spiagge brasiliane si affaccia la vita, giovane e bella
di una Germania che in una sera si riconcilia con il passato e si slancia in
bello stile verso il futuro consegnando la torcida verdeoro al grigio prologo di un precoce
autunno.
Dove
non pesa inverno non duole primavera.
E’
il caso di Miroslav Klose il quale ben lontano da un avvilente vecchiaia non fa
altro che metterla in rete. Non solo lui per la verita'.
E’
bastato poco ieri agli avanti tedeschi per chiarire che in quell’infuocato perimetro
comandavano loro è nessun altro. Cinque volte in mezz’ora. Sette in un’intera
partita.
Numeri
da Wanda Nara e altre fuoriclasse del cavo popliteo.
Se
fossi in Mauro Icardi mi preoccuperei.
domenica 6 luglio 2014
La magia proletaria dei Mondiali di calcio
Il
Mondiale piace perche intriga e sconcerta, unisce e sovverte. Come un romanzo genuino,
una proletaria telenovela, s’avvinghia alla giugulare collettiva solleticando
l’inconscio personale.
E’
accaduto nel 2002 con Senegal e (ahinoi ) Corea del Sud, stava accadendo quest'anno
con Belgio e Costarica. Questo prima che Krul, David Luiz, Hummels, Thiago
Silva, Higuain ribadissero con scaltrezza
e una buona dose di fortuna che senza una onesta difesa e un grande
attaccante non schiudi il mappamondo.
Il
resto son solo corse a perdifiato e
smoccolamenti ai limiti del teatro Kabuki con tanto di iguane silenti sullo
sfondo a suggellare l’antica sfida tra l’Europa che arringa e pretende
(Germania e Olanda) e il Sud America che arranca e non demorde (Argentina e
Brasile).
Alla
fine trionferà chi avra’ piu’ fiato, voglia, motivazioni. Con buona pace di
fuoriclasse che non ci son piu’(Neymar), e per amor patrio s’eclissano nel
traffico interno (Lavezzi, Messi). Quando conta la trincea e' l’unica crociera
disponibile e la spiaggia non e’ lontana se hai Biglia a disposizione. Hulk
potrebbe giovare ai verdeoro piu’ di un Fred quasi pleonastico nel pietire
palle che non giungono e che Snejder tratta ancora come pochi al mondo per un Van
Persie sempre in agguato.
In
quanto a questo chi sta messa meglio è la Germania con un Muller finalmente maturo per il
grande salto e un Miroslav Klose che s’augura un ultima capriola per concludere
alla grande una sfolgorante carriera.
Senza dimenticare l'Argentina di un Messi problemi intestinali a parte, sempre opportuno desideroso
di pasteggiare con la Coppa
alla mensa del grande assente Neymar il quale (almeno pubblicamente), dal suo patinato letto di dolore non ha
maledetto Zuniga è questo è un bel segnale per tutti.
Va
da se che la mia finale ideale sia Germania Argentina con i sudamericani pronti
ad accantonare la leggenda Maradona e incoronare finalmente Lionel Messi
dominatore in Europa (quattro Palloni d’Oro parlano per lui), anonimo in casa,
che incontrerebbe la spagnoleggiante Germania di Joachim Low in uno scontro
frontale fra parenti prossimi (almeno Guardiolisticamente parlando), armonico e
inatteso.
Se
non fossimo ai Mondiali appunto.
venerdì 4 luglio 2014
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