venerdì 25 luglio 2014

Le parole che non ti ho mai detto



Le parole che non ti ho mai detto



Son diventate nebbia assorta



In un pensiero



 che non fugge, si dissolve.



Candido tepore dei giorni estivi



Arcobaleno d’accenti di tutti i colori.

giovedì 24 luglio 2014

Dirupo vita



Dirupo vita



Controvento



Il greto del verso.



Nella risacca dello spazio



Convessa ellissi d’alito,



Storno frastuoni



Invento liberta’.

sabato 19 luglio 2014

Scirocco giorni



Scirocco giorni



Nell’incavo scaleno



del nonsenso.



Mentre dall’alto



Crepitano



spossate vanità



sgualcite dall’incustodito.

venerdì 18 luglio 2014

Un nuovo autunno del cuore



Conchiglia albeggiante  di forme

Il sogno concede

Ancora chiarori profumati

Del tuo sigillo ridente.



Come una stella ardente

si schiude il mio volto

al tocco

di un angelo raggiante

ma l’urlo assoluto del corvo

alla finestra mi ridesta pesante

crocidando prematuro

un nuovo autunno del cuore.




mercoledì 16 luglio 2014

L'addio di Antonio Conte: il tramonto di un dio l'alba di un uomo. Come tutti. Come tanti



 Da quattro ore Antonio Conte non è più il tecnico della Juventus.
Per tre lunghi anni , l'orgoglio del tifoso ha coccolato un dio. L'onda lunga del disamore  ha consumato un essere umano, trovando una fretta subito pronta ad infilarsi nella scialba fodera di un triste addio. Come tanti, come tutti. In questi casi mi domando a cosa servano gli altri se non a garantirci una larga solitudine. La stessa che prova un bambino senza il suo pupazzo preferito stretto al cuore a proteggerne l'innocenza. Perchè alla fine ci si sente colpevoli. Colpevoli di non aver osato di più, fatto abbastanza. Come se tre scudetti non fossero la cartina di tornasole di una supremazia indiscutibile , ma qualcosa di  improvvisamente scomodo, pesante, scontato. Come un romanzo di Nicholas Sparks o le frasi dei Baci Perugina. Sacrificati davanti al torrone  Europa e ad un ambizione non piu’ paga di solchi  conosciuti.
Il problema ora come ora, (appena quattro val la pena di risottolinearlo),  credo, che non solo l'Europa, ma anche l'Italia da stasera è piu lontana e non sarà un Massimiliano Allegri o un Roberto Mancini qualsiasi a restituire ai tifosi juventini ( ed io son tra questi), l'aura fatata di sonni più sereni.

martedì 15 luglio 2014

lunedì 14 luglio 2014

Il gesto atletico di Mario Götze: l'impresa di un uomo, la fotografia di un Paese



In un M
ondiale dove son mancate le stelle piu’attese, a farsi largo, prendendosi il mondo, è un astro nascente di un motore inesauribile: Mario Gotze e la  sua Germania . Ventidue anni, il centrocampista tedesco, ricuce in un istante irripetibile, con classe e tempismo quello che la storia aveva murato  per decenni, regalando ai suoi compagni un Mondiale tutto intero e ampiamente meritato.

In virtù di una coesione e programmazione straordinaria. Di gran lunga superiore all’individualismo brasiliano e la cabala olandese.

Ci sarebbe in mezzo,  anche l’Argentina di un Messi poco ispirato  e tanto, troppo irriconoscibile e lontano da se e’ dal suo lontanissimo padre calcistico: Diego Armando Maradona .  Il Pibe de Oro puo’restar pingue e gaudente nel suo olimpo di piedi fatati e mani malandrine ancora per quattro anni e chissà quanto tempo. Lionel non puo’ seguirlo e non potra' farlo fin quando resterà prigioniero di un paragone impossibile monco fautore di un verbo solitario non ascoltato nemmeno da chi ieri sembrava fosse in vena di farlo: quel Lavezzi costante spina nel fianco nel tiglioso costato tedesco inspiegabilmente espunto alla fine del primo tempo per un Aguero balbettante e fuori condizione, inserito forse per mantenere intatto l’equilibrio perfetto della partita rotto  soltanto sui titoli di coda dei tempi supplementari magari solo per risparmiarci l’estrema agonia dei calci di rigore.

Sarebbe stato davvero troppo questa severa appendice intorno ad una competizione scivolata via senza passione, empatia, foga.

Troppo bello il gesto atletico di Mario Götze : agile, preciso, determinato. L’impresa di un uomo. La fotografia di un Paese cui la trasferta brasiliana ha regalato nuove consapevolezze impiantate a viva forza nel pantano d’illusioni argentino.

Un'illusione di luna sospesa sul velo delle brume tedesche supportata dal cuore compatto e gambe svelte di un’Argentina che ha provato fino all’ultimo  a navigar forte pur controcorrente. Invano.

Alla fine, piu’ potente della gioia di una squadra, e della soddisfazione di una nazione, resta l’immagine di due percorsi di vita differenti che il pallone (meglio di una Raffaella  Carra’ o  una Maria  De Filippi ) ha fatto incontrare nel pretesto di una partita in cui il reciproco abbraccio non ha sciolto le rispettive tensioni distillandole con cura nei volti dei suoi protagonisti.

Da una parte i tedeschi: un reticolo di viaggi
compiuti stando al centro della stanza, e negli uffici della loro Federazione attenti a tutto pur di centrare l’obiettivo; dall’altra, gli argentini una mappa di sensazioni difficili da snodare nell’arco di centoventi minuti.

E noi italiani, spettatori neutrali e silenti,  fuoriusciamo smarriti, cercando la grazia di un riconoscibile disordine .