sabato 15 agosto 2015

Ferragosto, mia madre, aranciata e Gazzetta



Moltitudini spoglie di antitesi
 crepitano affanno di volta
gioisce l’edicolante stacanovista
su questo strillo appeso
Tutti fuori gli strozzati della sorte
e la città è degli altri
ammassati nei sedimenti estrinseci
di un distanziato senso di colpa
pellami policromi con i motori in riserva.
Fra loro sdrucciola mia madre
 marea agitata, da troppi urti
si appaga di un’aranciata,
e un’occhiata gentile
rosa Gazzetta.

lunedì 10 agosto 2015

Il futuro che sognava



Scendendo dall’autobus Antonio si girava per specchiarsi nei vetri scuri. La sciarpa  rossa presa il giorno prima gli stava bene: la usava un po’ come fazzoletto, un po’ come sciarpa, un po’ come turbante in memoria di quei capelli lunghissimi che ormai non c’erano più, ma una volta gli avevano fatto guadagnare l’appellativo di Sandokan. Uno dei lembi gli  cadeva in modo elegante sulla spalla lasciata scoperta da quella  camicia bianca smanicata.  Le aveva sempre odiate per via di quell’aria approssimativa e sudaticcia che trasmettevano. Ma il caldo e la voglia di non passar per lo schizzinoso di turno, quella volta  non avevano concesso riserve. Più sotto un paio di pantaloni larghi e ancora più sotto le scarpe da ginnastica impolverate.
Forse prima di partire avrebbe dovuto prenderne un paio nuovo, ma dopo averci pensato un po’, decise di indossarle lo stesso.  In fondo, quei pezzi da museo ai piedi s’intonavano bene a quella vecchiaia che gli stagnava dentro e gli impediva d’aprirsi davvero al nuovo.
Tutto in lui era ormai  una ragnatela. Da due anni la trama della sua vita s’era interrotta facendolo scivolare ai margini dell’esistenza .  Ora che era lì si sentiva quasi un intruso con quella sabbia, con quella storia. Ma Antonio  tentava di non pensarci.
Pensava invece, a quando aveva consultato le guide e si era immaginato un caldo più irritante. Caldo era caldo, ma senza la prevista umidità, la situazione era anche tollerabile. Il vento invece non c’èra. E lui lo aveva visto, su quelle foto prive di vegetazione. Doveva esserci ma quella volta non s’èra fatto vedere.
Antonio guardava quelle costruzioni, sterrate nella pietra ed era felice che lo facessero  sentire così piccolo. Lui che piccolo lo era davvero e più di tanto in altezza non era cresciuto.
Tutta quella  storia, tutti quei  secoli, tutto quel  lavoro di anni e di uomini davanti a lui. Per lui. Era quello il posto che serviva per fare un po’ di chiarezza in quella vita che sembrava non andare secondo i piani.
Forse – rifletteva – in mezzo a tutto quel silenzio i suoi pensieri avrebbero marciato meglio.
E adesso era lì, Antonio, che respirava quell’aria calda. Seguiva l’italiano eccentrico di una guida del posto. Intanto pensava ai cassetti da sprangare, alle porte da schiudere da li a pochi mesi.
Un istante e si mise la sciarpa sulla bocca, come per filtrare l’aria, come per prendere coraggio,  come per proteggersi dai rischi di una nuova strada cui indirizzare la propria vita. Restava solo un attimo indietro da quell’agglomerato umano così espansivo. Così aperto all’incuria di sabbie mobili sul cammino. Al contrario di lui, meditabondo, barbuto e smanicato.
Ma poi riprese il cammino.
La notte di San Lorenzo gli aveva messo da parte un desiderio.  Lo vide quella notte sotto le lucenti spoglie di una stella cadente scendere come una lacrima, rigare il cielo blu per un istante e poi spegnersi improvvisa nel buio.
Fece in tempo a cogliere il suo effimero volo, lo mise in un pensiero e poi lo soffiò nel vento fino a quel futuro che sognava;
carezza dolce di una rosa, ombra pudibonda nella frescura buia del giardino.

domenica 9 agosto 2015

Quasi una condanna dei tempi moderni



E’ una carbonara fumante la vita.
Tra la pasta e il guanciale
si schiude un uovo all’occhio di bue.
Quasi una condanna dei tempi moderni
La coscienza si concede
Una robusta velatur
a di pepe nero
Fard sul viso innocente
Di verde basilico.

giovedì 6 agosto 2015

Hiroshima e Nagasaki



Bombardato da miliardi di eclissi

 Logoro l' Hiroshima

Quotidiana dell'origine
 blasfemia canonizzata

Di figlio del pianto

Kamikaze di una madre seviziata

Da un’alcolica unione

Con i doveri dell’abisso.



Nagasaki le è accanto

Con  suffragio di sonni eterni

Ma il suo radar ammaccato

non lo sa.


mercoledì 5 agosto 2015

Sto conoscendo Brera



Sto conoscendo Brera.  No cara lettrice, giammai stimato lettore. Non il paesino lombardo la cui squadra fu allenata all'inizio della sua carriera di tecnico da Walter “ è colpa mia “ Zenga.  Bensì Giovanni Luigi da San Zenone Po, Pavia. Un uomo sulla cui santità non posso giurare,  sulla bravura saggistica eccome. Un bravo scrittore è abile non quando sta al centro della scena, ma ai bordi della cornice smussando spigoli . Son quelli a dipanar la trama e ad indicar una rotta. Quella di Brera è spedita ed esperta. Zavorrata da strepiti e tarli,  indugi e perentorietà. In questa melina trascendente sta tutta la straordinaria umanità della prosa di Brera. Unico a spiegare quanto la poesia nel calcio, non fosse e non sia,    quello che stazionava e circola   al centro del campo quanto quello che risiedeva ai bordi, immerso nella polvere irriconoscente di una fatica atavica che ogni domenica rinnovava il suo trionfo per l’euforia di cuori svolti alla speranza di un gol, una vittoria. Nella vita prima che sul campo da gioco. Perché è quella che palpita leggendo le pagine di Gianni. Un’ èsistenza impervia e faticata, sbuffante nel rotolar di un corsivo. Scontroso è fragrante al calar della sera. Perché è bello vangar di sport quando la vita è tutt’altro che sportiva. Perché mentre leggo, ho l’impressione che Brera stesse facendo qualcos’altro.  E quello che scriveva fosse quel qualcos’altro. La schiena incriccata,  un  treno in ritardo, la macchina borbottona, lo stomaco vuoto. L’imprevisto apparecchiato a regola dall’arte della vita di cui la partita di calcio era solo una effusa tregua nella quale spandere la gravosa melassa dell’esistere. Sdraiato in estasi. Tra il  verso di una poesia in testa e il seme di una anguria  tra i denti.  E così che vivo io adesso. E così che vorrei mi leggeste voi in questo momento. Tutti quanti son bravi a digitare oggi come oggi. Non tutti sanno leggere ancora adesso. Molti leggono per rilassarsi. Ma leggere non è una sedia a dondolo.  È la porta del bagno che non si chiude  e non si capisce perché. Chi si chiede questo perché è il lettore ideale. Chi se lo chiede e ti segue anche in bagno per saperlo, son quelli per cui io scarabocchio e probabilmente scriveva anche Gianni Brera.  Un’Italia che non conosceva il tiqui taca, il patetismo annoiato di certi talk show in cui le gambe delle vallette di turno sono sovente le  cos (c) e  più importanti, ma per quanto spartana e rude sapeva riconoscere ai giornali e ai suoi protagonisti la giusta rilevanza. E Gianni Brera per quell’Italia,  importante lo era davvero. Un aedo rustico, un omone dalla magnifica parzialità . Non esiste equilibrio nello sport (equità lo spero) vi è un annotare sofferente  a tratti rabbioso invece.

Gianni  Brera non lo nascondeva anzi era sempre incazzato. Il calcio, infatti, metafora perfetta del vivere umano, celava degli inestetismi nei quali provetto clinico, egli pur avvocato fuggito alle lungaggini legiferine, era capace di indovinare le smagliature della realtà. Alla faccia delle maggiorate della Settimana Incom  e le serene silhouette di Carosello.  La vita allora si basava su concetti minimi e concreti e una partita nebulosa era una slavina, una dalle maglie troppo larghe una sciagura. Amava i combattenti feroci. Della mia Juve son certo avrebbe amato e vorrebbe bene  a Stephan Lichtsteiner  e  Giorgio Chiellini : polmoni e gagliardia in campo, sacrificio e lotta in qualche canto  di Ariosto .

Io invece son solo Gaetano e qui mi fermo, sperando qualcuno, archiviate queste miserande  righe, abbia voglia di leggere quelle di Gianni Brera. Però mi raccomando: non le legga in poltrona tra una pennichella sul divano e un tutorial sul tubo . Lo faccia davanti a un fuoco con  delle fette di salame nel piatto e una lamina di foschia negli occhi . Badate bene: questa  non è una licenza poetica. Bensì   la radiografia di un’anima. E noi  purtroppo, non ne abbiamo sette come i gatti.

Cerchiamo di volerle bene quindi. A partire dal gratificarla col giusto nutrimento. Come quello rusticano e sostanzioso offerto  dai libri  di Gianni Brera.