domenica 29 maggio 2011

Pensieri wiskiosi


Bisognerebbe cercare sempre d'avere uno scopo nella vita.
Non quelli degli altri però.
Il pensiero non realizzato è un arpione spuntato.
Non guardate troppo ad una donna.
C'è di peggio in fondo.
Potrebbe grandinare ad esempio.
L'inferno è un ottimo posto per me.
Ma bisogna aver vissuto almeno una vita per meritarselo.
Ma quando la Vita mi scoprì flirtare con la luna per punizione mi relegò nel castigo di un'irta salita da cui non sono più rinato.
Me l'aspettavo però.
Sono troppo fallito per centrare con la vita.
Un buon motivo per andarsene senza alcun rimpianto.
Anche per quello ci vuole talento in fondo, e forse sono riuscito a buttare via anche quello.
Se la mia vita doveva essere questo nulla allora non ho dubbi: c'è l'ho fatta!!!

sabato 28 maggio 2011

A Esenin

Voi ve ne siete andato, come suol dirsi, all'altro mondo
Il vuoto.... Volate, fendendo le stelle
Senza un acconto, senza libagioni.
Sobrietà.
No, Esenin, questo non è dileggio,
in gola ho un groppo di pena, non un ghigno.
Vedo che con la mano recisa, esitando,
dondolate il sacco delle vostre ossa.
Smettetela! Cessate! Siete matto?
Lasciarsi imbiancare le guance dal gesso mortale?
Proprio voi che sapevate sbizzarrirvi,
come nessun altro a questo mondo.
Perché? A che scopo? L'incertezza ha provocato scompiglio.
I critici borbottano: “Le cause
sono queste e quelle, e in spece lo scarso affratellamento
per effetto della molta birra e del molto vino”.
Si dice che aveste sostituito la Boheme con la classe,
la classe avrebbe influito su di voi e non vi sareste più accapigliato.
Già, come se la classe spegnesse la sete col “Kvas”.
La classe, anche lei non scherza col bere.
Si dice che a mettervi accanto qualcuno di “na postù”,
sareste diventato più bravo nel contenuto:
voi avreste scritto al giorno centinaia di versi
stucchevoli e lungagginosi come Dorònin.
Ma a parer mio se si fosse avverata una tale incongruenza
vi sareste soppresso come prima.
Meglio infatti morire di vodka che di tedio!
A noi non sveleranno i motivi della perdita
né il cappio né il temperino.
Forse, ci fosse stato inchiostro all'Angleterre.
non avreste avuto ragione di tagliarvi le vene.
Gli epigono si rallegreranno “imitiamolo”!
Poco mancò che un drappello di loro non facesse di sé giustizia.
Perché aumentare il numero dei suicidi?
Meglio accrescere la produzione d'inchiostro!
Ora per sempre la lingua è chiusa fra i denti.
E' inopportuno e penoso coltivare misteri.
Il popolo, creatore del linguaggio,
ha perduto un roboante sbornione apprendista
E c'è già chi porta rottami di versi in suffragio
da precedenti esequie, quasi senza rifarli.
Nel tumulo conficcano pali di ottuse rime -
e così che bisogna onorare un poeta?
Per voi non è stato finora fuso alcun monumento
dov'è il bronzo squillante o il granito a faccette? -
E ai cancelli della memoria poco per volta hanno ammucchiato
le sciarpe delle dediche e delle ridondanze.
Il vostro nome nei fazzolettini è smozzicato,
Sòbinov sbava la vostra parola e canticchia
sotto un betullina stenta:
“O amico mio, né un motto, né un so-o-spir”.
Eh, poter discorrere altrimenti
con codesto Leonìd Lohengrìnic!
Potersi qui lavare, tonante attaccabrighe:
“Non vi permetto di cincischiare i miei versi!”
Poterli assordare con un fischio a tre dita
contro la nonna, e Dio, la madre, l'anima!
Perché si disperda l'inetta marmaglia,
gonfiando come vele un nuvolo di giacche,
perché alla spicciolata Kògan se la batta,
storpiando i passanti con le picche dei baffi.
Finora il canagliume s'è poco diradato
Molto è il lavoro, occorre fare in tempo.
Bisogna dapprima trasformare la vita
e, trasformata, si potrà esaltarla.
Quest'epoca è difficiletta per la penna.
Ma ditemi voi, sciancati e sciancate
dove, quando, quel grande si è scelto
una strada più battuta e più facile?
La parola è un condottiero della forza umana.
March! Che il tempo esploda dietro a noi
come una selva di proiettili.
Ai vecchi giorni il vento riporti
solo un garbuglio di capelli.
Per l'allegria il pianeta nostro è poco attrezzato.
Bisogna strappare la gioia ai giorni futuri.
In questa vita non è difficile morire,
Vivere è di gran lunga più difficile.

( Vladimir Majakovskij )

Uno a zero per me

Sembrava una serata come tante, stravaccati su un divano polveroso a digerire una pizza fatta col  culo: quattro depressi del cazzo che cercavano di dare un senso alla loro vita. Dovevo cacare; non ho bisogno di fermenti lattici e lassativi pediatrici, datemi solo una pizza cotta male e vi intaserò il cesso per una settimana. Lei era seduta accanto a me e mi guardava attonita mentre mi contorcevo come un cobra con gli occhiali. Se aspettavo ancora un po’ sarei esploso come una mongolfiera.
«Hai bisogno di un lavoro gratificante, che ti faccia stare bene.» mi dice tutta stizzita.
«Bambina, al momento ho bisogno solo di un cesso»
«E' lì il bagno» mi risponde Numero Uno, alzando pigramente il braccio.
«Si è lì, è lì, puoi andare, puoi andare! » gli fa eco Numero Due, tutta eccitata.
Mi convinco e vado al cesso ma senza la mia rivista preferita non riesco a cacciare nemmeno uno stronzo lungo un mignolo. Ritorno sul divano e i tre sono ancora lì che discutono.
«Comunque sei un mediocre e mi devi regalare un diamante!» mi fa lei.
« Sono un postino, ci sguazzo nella mediocrità.»
Non mi piace il mio lavoro, non metto le mani nel corpo di una persona, non indosso camici, toghe e non promuovo farmaci. Non gioco in borsa, non vendo azioni o titoli. Non imbroglio la gente con chiacchiere inutili, non conosco il latino, il greco e non sono mai stato in Francia. Non ha mai letto Boccaccio, Dante o Pasolini;non so usare internet e non scrivo e-mail. Sono un mediocre perché nella vita chi non ha mai avuto nulla ogni tanto  deve anche sapersi accontentare e a guardare troppo in alto mi viene il torcicollo.
«Bambina stai tranquilla che un diamante te lo regalo, anche a costo di vendermi un rene.» le rispondo.
Mi stava scappando di nuovo la cacarella. Corro in bagno, c’è un grosso scarafaggio sul pavimento. Lo schiaccio con tutta la forza che ho in corpo e vedo il liquido giallognolo spiaccicarsi sul muro.
Uno a zero per me.

venerdì 27 maggio 2011

Aquiloni per tutti (tranne me)


Dalla contesa della vita, dal lento consumarsi dei verbi, da volti corrucciati e indagatori, sono uscito vivo.
Placando ogni sciocca blandizia, zittisco con garbo il fanciullo che è in me.
Niente aquiloni oggi per lui; altri colorano allegramente il cielo. Non il mio però. Purtroppo. Irrimediabilmente.
Ognuno ha il suo albero mangia aquiloni dentro di sè.
Io, a pensarci, non ne ho bisogno. Mi divoro da me.

Come un relitto su un oceano


Mi è sempre piaciuto sorprendere gli esseri umani.
Devo ammetterlo però:gli esseri umani a volte, sono più bravi di me a farlo.
Il loro cuore è una gabbia d'emozioni perdute nelle malate oscurità di trascorse intese e come apprendisti stregoni si divertono un mondo a trasformare in piombo tutto l'oro dei loro sentimenti.
I ricordi invece, pur se sbiaditi, conservano sempre qualcosa del loro primitivo splendore.
Io, vi navigo come un relitto su un oceano ubriaco di nostalgia.

giovedì 26 maggio 2011

Come foglia appassita


Nell'amaro tramonto primaverile tutto si consuma.
L'addio è una lama che scarnifica fragili promesse e parole ogni giorno più vuote lasciando intuire tristi frammenti di lune misantrope.
Io le guardo nella fresca luce di maggio carezzando l'aria con mano tremante mentre il traffico urbano violenta tiepido l'asfalto e mi chiedo:
"Quando tutto sarà finito cosa ricorderanno di me?".
Boh. Mistero glorioso.
Il mio futuro ondeggia nel vento come foglia appassita.

Un povero malato di mente


Non mi piaceva l’asilo ma ero costretto ugualmente ad andarci, ricordo solo che si mangiava male : frittata e spinaci. Sempre, tutti i giorni. Fu lì che cominciai a balbettare, in maniera inesorabile e continua, come una mitragliatrice, una di quelle mitragliette da guerra a scoppio regolare.
La balbuzie non mi ha più lasciato, mi ha accompagnato come un vestito per tutta la giovinezza, l’adolescenza e gli anni universitari, facendomi diventare quello che sono, un riccio appallottolato  in un mondo tutto mio, isolato  dalle persone  e dagli affetti.
I balbuzienti sono persone strane, osservatene uno attentamente : ha gli occhi che strabuzzano, la bocca che si muove in uno spasmo atroce, le mani che tamburellano e dalla sue corde vocali non sentirete che un suono crudele, come quello di un gesso sfregato sulla lavagna.
“ Poverino” - diranno i benpensanti – “ è un povero malato di mente”; ma chi balbetta non ha bisogno della pietà popolare, per quella ci sono  preti.
Maria mi ha dato una grande lezione di vita che non dimenticherò mai e io ritornerei indietro di un anno solo per (ri)fare la sua conoscenza.