sabato 4 giugno 2011

La vita è ormai una telecamera sempre accesa


Ieri in tv ho visto una “quasi partita” di calcio.
A contendersi i fatidici tre punti erano l’Italia e l’Estonia. Non c’è stata storia. Dopo mezz’ora sapevo già come sarebbe andata a finire.
Troppo forte l’Italia alla catalana proposta da Cesare Prandelli contro un avversario fin troppo modesto.
Così dopo qualche minuto trascorso a sognare quanti gol Andrea Pirlo farà marcare agli attaccanti della Juventus con la tranquillità del tifoso soddisfatto cambio canale.
Click. Sono fortunato. Becco un match di quasi pugilato.
Non era una rissa stile peggiori bar di Caracas. Nessuna signorina seminuda a passare col cartello tra un’inquadratura e l’altra.
Non c’erano Mike Tyson ed Evander Holyfield a contendersi un titolo mondiale.
C’erano lo spettinato e friabile avvocato Biscotti e lo spesso Sottile a scannarsi per impedirsi a vicenda d’inzuppare il pavesino nella solita minestra riscaldata dal sangue di un atroce ed assurdo delitto.
Quello d’Avetrana ovvio e dei suoi contraddittori protagonisti.
Al centro dell’infuocato dibattito l’opportunità più o meno lecita da parte del fotogenico giornalista, di mandare in onda un’intervista di “zio Michè”, a poche ore dalla sua scarcerazione effettuata da una solerte e rapace collega.
Il contributo parte ed immancabile giunge la protesta del suscettibile uomo di legge il quale come fosse un consumato tronista minaccia di alzarsi e andarsene.
Confesso: l’avrei fatto anch’io.
Bisogna reagire alla costante spettacolarizzazione delle nostre vite.
Ormai ogni aspetto della nostra vita, infatti, è diventato un motivo di godimento collettivo.
Dal battesimo al funerale tutto è ormai un’occasione da filmare e fotografare.
Non ci sarebbe nulla di male forse, se non fosse che le famiglie applicano a queste cose i loro personalissimi certificati di garanzia e rovinano tutto.
Il carrozzone di celluloide e cartapesta che le famiglie allestiscono in queste occasioni è allucinante.
Preparativi organizzati mesi prima, accordi segreti, diversivi sparsi in tutta casa e una silenziosa tensione caratterizza ogni nostro passo fino al giorno fissato dello show ed ecco comunioni trasformarsi in mini matrimoni cresime in assunzioni al cielo, lauree in adunate oceaniche.
Sembra incredibile, ma è così.
In tempi densi d’autenticità artificiale consumati in spazi assolutamente impersonali la regola è questa per cui che senso ha protestare?
La confessione in diretta televisiva è ormai uno status dell’uomo moderno.
I messaggi inviati dalla tv in questo senso, sono unilaterali e non ammettono correzioni.
Sembra, infatti, che la nostra esistenza sia diventata una lunga sosta in sala trucco in attesa che qualcuno ci chiami a comparire davanti ad una telecamera.
E’ poco importa se sia quella del nostro vicino di casa o di un perfetto sconosciuto.
Ormai alcune telecamere sono più autonome dei loro padroni e un pubblico cui mostrare le loro prodezze questi provetti cineasti lo troveranno sempre. E se i parenti e gli amici non le vorranno vedere (e di solito è così), ci saranno sempre Matrix e Quarto Grado ad attenderli.
La ricetta è semplice: un po’ di sangue, dei vestiti strappati, un testimone oculare è il gioco è fatto.
Tanto non è il fatto in sé a colpirci, ma le facce dei protagonisti che sembrano al solito distanti anni luce da ciò che hanno commesso.
Il modello americano ha trionfato anche qui e non servivano dieci edizioni del GF né i camaleontici mostri d’Avetrana e Torre Annunziata per ricordarci che ormai siamo diventati i coreografi di noi stessi.
La nostra vita non è propriamente nostra: è modellata sempre e solo su quella di un altro che magari non conosciamo, abbiamo solo intravisto e comunque senza sapere bene perché invidiamo.
Nei matrimoni le bambine che accompagnano la sposa sembrano consorti.
I funerali finiscono sempre con la musica e gli applausi (ma meno lagne e qualche stretta di mano in più in vita non bastava?), i ragazzini nei campetti mentre giocano scimmiottano i gesti dei loro campioni preferiti (ricordate l’esultanza di Fabrizio Ravanelli ad ogni gol?).
E’ inutile scandalizzarsi borbottare e dire dove siamo finiti. Perché dovunque siamo finiti ci siamo già finiti.
Dovremmo provare a ricominciare piuttosto. Ma ormai temo, ci abbiano già sfumato

venerdì 3 giugno 2011

Ma il cielo è sempre più blu

Stamattina il vento scuote le foglie e rinfresca la mia  pelle bagnata dal sudore, il cielo non poi così blu come dovrebbe essere. Trent’anni sono tanti, una vita che passa e vola via in un attimo.
La vita di Rino Gaetano è passata via così, come una meteora, come una macchina che sfreccia veloce e si schianta sulla corsia opposta una notte di giugno del 1981.
Rino muore rifiutato da ben cinque ospedali della Capitale (però la malasanità  è affare calabrese…) ma la sua voce roca ,il suo fisico allampanato, i suoi denti storti e soprattutto le sue canzoni velate di una sottile ironia che prendevano di mira i personaggi del tempo sono rimaste nell’olimpo della musica leggera italiana.
Rino Gaetano, a differenza di altri autori  – Carmine Abate, Saverio Strati -  ha avuto il coraggio e la fortuna  di far uscire la Calabria dal suo provincialismo; Cetto LaQualunque ha finito per rovinarla del tutto, mettendo in mostra i suoi lati peggiori.
 L’università è deserta, sono tutti fuori per il lungo week end; mi siedo accanto a dei ragazzi che fumano e giocano a briscola, il vento scuote ancora le foglie.
Cerco di parlare con loro ma il gap linguistico è enorme; siamo tutti figli della stessa regione ma non riusciamo a capirci. La Calabria è una grande terra martoriata dalla 'ndrangheta, dalla disoccupazione e dal divario grammaticale: un cosentino verrà visto come uno straniero da un catanzarese, un reggino non capirà mai un crotonese. Rino Gaetano è riuscito a riappacificare con i suoi testi cinque province. Cerco un posto migliore dove poter scrivere e lo trovo ai giardinetti della mensa. Un ragazzo cieco e una ragazzina down camminano mano nella mano, sono felici e noncuranti di tutti. Stavolta il cielo è davvero più blu.

Dieci gocce di valium

« Baciami!»
«No, non posso.» le disse.
«Dai solo uno, voglio sentire il sapore delle tue labbra.»
 La sveglia della sette suonò forte e rumorosa come non mai. Era stato solo un sogno ma aveva caldo su tutto il corpo. Si toccò fra le gambe e sentì colare qualcosa, si fece il segno della croce e corse in  bagno a lavarsi; tutto ciò era immorale, i preti dovevano evitare la dispersione del seme, era questo il primo insegnamento che veniva impartito nei seminari. Poi la sera, al riparo da tutti e con il favore del Papa, potevano fare ciò che volevano : violentare giovani monache, sniffare coca e masturbare adolescenti con la scusa dell’amore cattolico.
Quando ritornò nella sua stanza non fece nessuna  fatica a guardarsi allo specchio, l’acqua e il sapone avevano cacciato via tutte le impurità. Dopo pranzo, mentre camminava tranquillo e beato fra i gradini di una piazza, riconobbe la donna che gli aveva rovinato la notte; il suo culo sodo sorretto da un paio di tacchi vertiginosi avrebbe messo in crisi qualunque uomo.
  Stava osservando delle borse esposte nella vetrina di un negozio; cercò di scappare ma quella lo fermò di colpo :
«Scusi Padre, volevo far celebrare una messa per la mia povera nonna defunta.» gli chiese con tono gentile.
«Per questa settimana sono pieno, mi dispiace.» rispose lui con un filo di voce.
«Che peccato, sarà per la prossima volta.» concluse lei in maniera ironica; della nonna in fondo non gliene importava nulla, avevano messo gli sconti sulle tracolle firmate e voleva solo far un piacere a sua madre.
Ritornò di corsa al seminario e si chiuse nella sua stanza. Prese la boccettina del valium, ne versò dieci gocce in un bicchiere d’acqua e bevve il tutto senza pensarci su, si distese sul letto e dopo un quarto d’ora era già addormentato.
 Sognò enormi prati verdi con cavalli mucche e pecore.
 Da piccolo avrebbe voluto fare il pastore.

mercoledì 1 giugno 2011

Sotto le pensiline


La mattina arroventata dal calore di un sole cocente celebra il suo mensile battesimo sotto il tempietto delle pensiline.

Un lampo di primavera schizza fuori all'improvviso bucando il cielo.
Schiamazzi senza nome colorano lo spazio grigio delle panchine.
Mi allontano un attimo e già non li sento più.
Il sudore mi imperla la fronte inghiottendo nel suo gocciolante fluido persino le loro anime.
Resta nell'aria quell'infantile gioia mischiata all'odore d'ulivo e benzina.
E' penso; "ecco l'odore della moderna felicità".

martedì 31 maggio 2011

La sconfitta di Silvio Berlusconi: la fine di un'epoca


La vittoria di ieri del centrosinistra con Pisapia a Milano e De Magistris a Napoli, è la sconfitta di Berlusconi e segna la fine di un’epoca.
Un epoca infarcita di ville sfarzose, luci sgargianti, frequentazioni compromettenti, applausi ossequienti, ululati ipocriti.
Tutto questo con la complicità (tranne qualche rara eccezione), di telegiornali pubblici e privati silenti e supini.
Lui vinceva perché assicurava assoluzioni pubbliche e permetteva divagazioni private assolvendo col suo divismo da bulletto di periferia, milioni d’italiani.
Con la sua sconfitta, invece l’italiano medio non avrà più stampelle cui aggrapparsi: dovrà cominciare a rispettare gli altri, le leggi e anche se stesso.
Anche se rinunciare a questo marchio di fabbrica per gli italiani credo, temo, sarà dura.
Diciamolo: quanti vecchietti possono permettersi di esser accompagnati da bellone da urlo? Quanti di loro si son sentiti in questi anni autorizzati ad inseguirle con la scusa del “ tanto lo fa anche lui?”
Misero lui.
Ora dovrà cambiare per forza strategia. Anche il suo specchio favorito (la televisione),d’altronde, infatti, l’ha tradito. Occupare cinque tg in contemporanea non gli è servito.
Ridicolo circondarsi di trasparenti ninfette, rotonde accompagnatrici, striscianti aedi.
Alla gente l’ambiente di corte non basta più: esige uno Stato e un Capo che indichi loro una strada sicura non un vigile che si dimentica delle vecchiette e cala le brache appena vede passare un bel fondoschiena.
L’esistenza, non è una discoteca aperta 24 ore su 24, e il Viagra non basta a supplire evidenti mancanze strutturali.
Gli anni Ottanta son finiti da un pezzo e forse adesso tutti capiranno che oltre le gambe c’è davvero di più e più che a camicette aderenti, spacchi intriganti e seni rifatti baderanno a qualcosa di più autentico e sostanzioso.
Anche se ripeto, la vedo dura.
Berlusconi è la coperta di tutti gli italiani. Il Linus che abita in tutti loro, non se ne separerà facilmente.
Ci aspettano ancora due anni di governo Berlusconi. E anche se da ieri il Governo è in affidamento condiviso il microfono (lo scettro del potere per lui), è ancora dalla sua parte.
C’è da scommettere quindi che anche di fronte a questa sconfitta, continuerà a sciorinare le sue scontate finezze da bar nei confronti di donne imbarazzate e compiacenti.
Sì perché comunque alle donne piace essere adulate e riempite di elogi.
Non si rendono conto però che in questa femminea debolezza sta il segreto della loro subalternità.
Non voglio aprire un fronte Zanardiano da queste parti. Sapete tutti però, che le donne in Italia sono assunte meno, pagate peggio, promosse poco.
Gonfie d’orgoglio, piene di talento, s’immettono felici nel mercato del lavoro convinte di viaggiare in prima classe ma finiscono poi per occupare le carrozze meno dignitose.
Nessuna dentatura perfetta, seno importante, fondoschiena prominente può far scalare questa infamante graduatoria. Semmai contribuisce ad innalzare a dismisura l’orgoglio maschile di quei cercopitechi che non vedono l’ora d’esser accompagnati ed intrattenuti da sorridenti soprammobili.
La vita è un’eterna conquista. L’odore di una donna sulla pelle una tentazione continua. Difficile resistergli.
In Italia le donne sono medaglie al valore e strumenti di promozione sociale. Garantiscono popolarità e importanza.
Quanti di voi non hanno mai sognato di uscire con la bella di turno per guadagnar punti con il resto della comitiva?
E pazienza se a casa c’è una compagna/fidanzata/ moglie che vi aspetta.
Se le relazioni extraconiugali sono medaglie al valore i matrimoni sono croci al merito. Più stagionate rispetto alle prime, sono più facili da poggiare sul comodino.
Del resto la rispettabilità umana svanisce di fronte a certe protuberanze. Ma in tutto questo tempo s’è avuta la sensazione che questa inclinazione fosse normale amministrazione invece che una colpevole anomalia.
Non tutti i padri possono sperare di comprarsi un attico in Via Montenapoleone. Tutte le madri sognano di concedere le loro figlie al primo riccone che vedono gironzolare in soggiorno.
I genitori sanno bene, che un ragazzo ricco, bello, educato e ben vestito garantisce appigli sicuri e contatti soddisfacenti.
Berlusconi ha insegnato tutto questo e diffuso il verbo saltando i preliminari. A lui, infatti, i bei vestiti non servono, bastano i corpi. Possibilmente muscolosi, atletici e vincenti.
Come quelli dei giocatori del “suo” Milan tornato a vincere lo scudetto dopo sette anni. Almeno quello.
Ha perso le elezioni, infatti. Il popolo non gli ha perdonato le frequenti amnesie.
Non gli è bastato dispensar sorrisi e raccontar bugie. Quelle, infatti, hanno le gambe corte.
Servirebbe una Fata Turchina. Non lo sarà il cervantesiano Renzi, non può esserlo il manzoniano Bersani.
Converrà aspettare quindi. Chi però? Non so. Pensiamo positivo comunque.
L’Italia oggi s’è risvegliata . Dopo diciassette anni di letargo .
Per cercare il suo principe azzurro avrà tempo.

lunedì 30 maggio 2011

Una verga di 30 cm

Mi avevano detto che era un tipo strano, diverso dagli altri; doveva consegnarmi delle poesie che aveva scritto per un incontro all’università. Mi siedo al tavolino di un bar e lo aspetto, fa caldo, comincio a sudare come un negro che spacca le pietre nei penitenziari americani. Lo vedo arrivare, è strano davvero il tipo:  basso, capelli ricci e un naso lungo, enorme, pieno di brufoli. Mi avvicino per porgergli la mano ma quello comincia a girarmi intorno come un ossesso, una trottola umana psichedelica.
«Amico vuoi stare tranquillo?» gli dico cercando di prenderlo per il braccio.
«E' tutto inutile, la gente ha paura di me!» mi risponde con una vocina sottile, sembrava gli avessero infilato nel culo un tubo pieno di elio. Continuava a girarmi intorno come un pazzo, lo prendo e lo sbatto sulla sedia.
«Non me lo merito, non me lo merito!» gridava.
«Mi spieghi che cosa ti è successo? Cristo santo!» ero arrabbiato con lui, mi stava facendo solo perdere tempo.
«Non mi capiscono, le persone non mi accettano per come sono e io soffro.»
«Leggimi una tua poesia» gli chiedo, cercando di farlo calmare.
Comincia a rovistare tra le sue scartoffie e alla fine, da un foglio giallognolo e stropicciato prese a leggere con voce grave:
                                               
 O luna!!!!!!!!!!!!!!!!
Illluminami tutto!!!!!!!!!!!!!!!!!!
Ho evitato mille saette per salire su questa montagna superando ogni disperazione e accrescendo la fame di quest'anima che ora aspetta neve...

« Ti è piaciuta?» mi domanda tutto orgoglioso.
«Cazzo, no!»
«Ma lì dentro c’è tutta la mia disperazione»
«E vaffanculo alla disperazione. Leopardi è morto e quelli che imitano Baudelaire sono patetici.»
«Cosa dovrei fare allora? So fare solo questo.»
Cos’altro poteva fare un tipo come lui, brutto e con un naso che bucava lo schermo del PC? Forse tra le gambe si ritrovava una verga di trenta cm che rendeva felici molte donne. Magari aveva un animo sensibile ma questo non lo saprò mai. Era brutto e le persone si fermano all’apparenza, quello del sileno è solo un mito fermo alla carta stampata. Ordinai due succhi di frutta alla pera per farlo riprendere dal dispiacere.
«E comunque stasera penso di uccidermi.» mi dice.
«Dammi prima il tuo indirizzo così ti mando i fiori.»
Non mi rispose e scappò via senza salutarmi perché il suo autobus stava partendo; rimasi ancora un po’ al bar a bere succhi di frutta alla pera. Aveva dimenticato il foglio con la sua poesia, la lessi con più attenzione. Era orrenda.

domenica 29 maggio 2011

Rabbia


Nei gangli delle sinapsi la rabbia furiosa s'intruppa e non vuole abbandonarmi.
C'è l'ho da tutte le parti persino nello sternocleidomastoideo.
Vorrei mandarla via.
Ma la rabbia non se ne vuole andare e forse un giorno mi consumerà per sempre.
Per ora vegeta nel mio cuore travolgendo qualsiasi residuo di purezza ancora presente in me.
O forse quel che ne è rimasto.
Chili di carta in terra.
Pesanti.
Inopportuni.
Un pò come il fato con la mia vita.
Una macchia sbilenca da cancellare al più presto.
Ci sono molti modi per andarsene.
E' uno specchio screziato di miele la mia vita.
Ho provato a specchiarmici dentro.
S'è rotto.