domenica 3 luglio 2011

Trova il tempo


Trova il tempo di riflettere,
è la fonte della forza.
trova il tempo di giocare,
è il segreto della giovinezza.
Trova il tempo di leggere,
è la base del sapere.
Trova il tempo di essere gentile,
è la strada della felicità.
Trova il tempo di sognare,
è il sentiero che porta alle stelle.
Trova il tempo di amare,
è la vera gioia di vivere.
Trova il tempo d'esser contento,
è la musica dell'anima.

(Antica ballata irlandese)

sabato 2 luglio 2011

Come un taipan dell'entroterra


"Che bellezza!!!" pensava Antonio mentre infilava l'entrata del solito ristorante in cui smaltiva la pesantezza di quel lavoro di merda.
Aveva ragione.
Quello appena trascorso, era stato l'ultimo giorno di lavoro prima delle vacanze estive e anche la solitudine almeno per quella sera, non gli avrebbe dato fastidio.
Era solo in effetti. I suoi colleghi di lavoro al suono della fatidica campanella, erano fuggiti tutti a prenotare le vacanze.
Non ci mise molto ad accorgersi che proprio al tavolo di fronte al suo, c'era una donna di una bellezza sconvolgente che mentre civettava con quello che doveva essere suo marito, non gli staccava gli occhi di dosso.
Non era la prima volta che gli accadeva sia chiaro, ma quella volta e quegli occhi erano diversi e una simile sfacciataggine non l'aveva mai vista.
Era molto imbarazzato per quegli occhi costantemente incollati su di lui e gli pareva assurdo che il marito non si fosse ancora accorto di nulla.
Nonostante ciò però la cosa cominciava a piacergli. E se vogliamo dirla tutta anche a preoccuparlo perchè il Generale Custer che aveva nelle mutande cominciava a suonar minacciosamente la carica preparandosi a colpire come un taipan dell'entroterra duecentocinquantamila topi e due elefanti.
D'improvviso la crema di asparagi che stava mangiando non gli interessava più.
Ora il suo obiettivo era un'altro.
Era pronto a tutto pur di conoscere quella donna così bella e coraggiosa e pur di sapere il suo numero di telefono avrebbe sfidato a duello il marito e combattuto contro il mondo intero.
Ma quando la cena finì e il marito s'alzò per pagare il conto e quella dea sottile e provocante s'arrampicò su un bastone di madreperla e sottobraccio all'omone se ne andò vide qualcosa che lo ridestò dall'incanto di quella serata e lo consegnò di nuovo all'amarezza della sua vita: quella donna aveva una gamba sola.
Ma l'amore è cieco e non ha bisogno certo delle gambe per provare a volare.
Era certo che quella sera avrebbe fatto di tutto per parlarle e se faceva una figura di merda era sicuro che sarebbe stata la figura di merda più bella del mondo.
Decise quindi di provarci ma non vi riusci. I due s'erano già allontanati nel buio della notte e neanche la stella più gentile gli avrebbe dato il loro indirizzo.
Non si riprese facilmente da quella figura di merda che non fu e restò per sempre convinto che quella sera pur di conoscere quell'anima, avrebbe rinunciato alle sue gambe per tutto il resto della sua vita. E se anche questo non fosse bastato si sarebbe infilato quel fottuto bastone di madreperla lì dove non batte il sole e così sarebbe vissuto per tutto il resto della sua vita: bastonato e contento. Che poi è sempre meglio che essere soli.

Musee des Beaux Arts

Sulla sofferenza non erano mai in torto,
i Vecchi Maestri: come capivano bene
la sua umana posizione; come essa si svolga
mentre qualcun’altro mangia o apre una finestra o cammina annoiato;
come, mentre i vecchi attendono rispettosi e appassionati
la nascita miracolosa, ci siano sempre
bambini a cui non importa niente che essa avvenga, e pattinano
su uno stagno al limite del bosco;
non dimenticavano mai
che anche il tremendo martirio deve avere il suo corso
in qualche modo in un angolo, in qualche squallido posto
dove i cani continuano a vivere da cani e il cavallo del torturatore
si gratta l’innocente deretano contro un albero.
Nell’Icaro di Bruegel, per esempio: come ogni cosa si volge
del tutto tranquilla dal disastro; il contadino
può avere udito il tonfo, il grido desolato,
ma per lui non era un problema importante; il sole splendeva
come doveva fare sulle bianche gambe che scompaiono nel verde
dell’acqua; e la nave lussuosa e snella che aveva pur visto
qualcosa di sorprendente, un ragazzo che cade dal cielo,
sapeva dove andare e calma continuava a navigare.

 ( Wystan Hugh Auden )


giovedì 30 giugno 2011

In un bacio


Cosa cercano gli esseri umani in un bacio?
La vita? La morte?
Cercano di narcotizzare il presente rincorrendo le frivolezze del passato, decidendo per una volta di vivere davvero ?
Oppure cercano in quell'attimo tutti gli attimi che hanno dato forma e colore ai loro pensieri e alle loro parole tramutandoli in epifanie fresche di rugiada?
O forse cercano in quel sublime incontro di labbra e desiderio la realizzazione di un sogno rimasto in sospeso?
Oblio o attimo che fugge?
Questo è il problema.
Voi comunque se potete, non statemi a sentire e baciatevi.
Baciamoci.

lunedì 27 giugno 2011

Come cena a Cerasella

Arrivammo sulla spiaggia alle nove che era già un formicaio di gente, un indiano cerca disperatamente di vendermi delle cianfrusaglie -  bracciali, orecchini e anelli – ma lo caccio via malamente, dovevo rilassarmi e farmi un bagno nell’acqua sporca di Calabria, era quello di cui avevo bisogno. Wladimiro cominciava a rompermi le palle, aveva dimenticato a casa il pallone e ora non sapeva cosa fare, rubai paletta e secchiello da un ombrellone e glieli diedi. Cerasella era splendida nel suo costume azzurro cielo, la chiamavo così perché le sue labbra rosse mi ricordavano due ciliegie  affogate nei cioccolatini di Natale. La prima volta che mi baciò ero come ubriaco, non avevo mai provato tanta ebbrezza in tutta la mia vita. Si alzò per prendere la crema solare:
«Non mi guardare troppo il culetto!» mi disse tutta stizzita.
«Non sto guardando, osservo come si fa con un’opera d’arte»
«Sei un porco» mi fece tutta arrabbiata.
Cercai di afferrarla ma scappò a tuffarsi nell’acqua fredda. Le donne arrabbiate sono difficili da gestire,  come una pentola a pressione devi aspettare che la temperatura raggiunga il massimo e il vapore  esca dal beccuccio. Guardai Cerasella nuotare felice e mi avvicinai a Wladimiro.  Stava scavando una buca nella sabbia e la sua pelle cominciava a diventare rossa.
«Vieni sotto l’ombrellone» gli dissi
«No! Voglio arrivare in Sicilia entro le tre»
«Sei un pazzo. Almeno usa un po’ di crema solare»
«No!»
«E allora vaffanculo»
«Vaffanculo tu»
Wladimiro era pazzo, il padre l’aveva affidato a noi e lui si divertiva a stare in mezzo a persone normali che non ascoltavano musica neomelodica e guardavano soap opera brasiliane degli anni ’80.
Faceva davvero caldo e i chili di troppo si facevano sentire; con le tette e  la pancia pelosa sembravo un Botero in carne lardo e ossa. Ero  Il peggio del peggio in mezzo a tutta quella razza umana riunita per godere un po’ del sole di giugno, corpi lucidi e palestrati in bella mostra sulla battigia, venuti da paesi lontani solo per dar vita ad uno spettacolo osceno e ripetitivo. Andare a mare è una delle cose più brutte del mondo, mi sento spogliato della mia dignità, mi ritrovo nudo in mezzo a centinaia di persone che non conosco.
Il caldo e la sabbia mi danno i nervi, mi butto in acqua e raggiungo Cerasella.
«Devi dimagrire» mi dice guardandomi in malo modo.
«Oggi è domenica. Da domani»
«Sempre da domani. Vedi di muoverti invece!»
Feci di si con la testa e ritornammo sotto l’ombrellone, quel coglione di Wladimiro aveva smesso di scavare ed era sdraiato a terra con la lingua di fuori e rosso come un’aragosta. La sua pelle emanava un calore terribile, era pieno di bolle e pus giallognolo. Lo trasportammo di corsa all’ospedale più vicino.
Il medico del pronto soccorso era uno stronzetto con gli occhiali, magro e con il muso di lepre. Invece di curare il povero Wladimiro ci provò subito con Cerasella. I medici sono tutti così, soffrono della sindrome da camice bianco, quel pezzo di stoffa che li copre dalle spalle alle gambe è simbolo di virilità e di potenza, un po’ come la mazza di Rocco Siffredi. Se poi al camice ci aggiungete un  bisturi, il gioco è fatto. E se  vi diranno che hanno scelto di studiare medicina per salvare povere persone malate, non credeteci: questo è un discorso che si può fare solo dopo la pensione.
Muso di lepre esaminò il nostro amico:
«E’ stato sotto il sole senza protezione.» dice tutto spavaldo.
«Grazie al cazzo!» gli rispondo io.
«Ahhhhhhhhh….» gridava Wladimiro per il dolore.
Mi dispiaceva per quel coglione ma un po’ se lo meritava. Era stato sotto il sole ad abbrustolirsi come una bruschetta. Se lo spalmavo di extravergine e qualche cubetto di pomodoro potevo servirlo come cena a Cerasella.
«Mettetegli questa pomata e in una settimana ritornerà come prima» concluse muso di lepre sfoggiando tutto il suo sapere e le sue notti passate sui libri di patologia.
Uscimmo dall’ospedale a comprare una pomata inutile e dall’odore nauseabondo. Wladimiro peggiorò nei giorni a seguire e fu ricoverato d’urgenza. Incrociai nei corridoi muso di lepre ma quello abbassò lo sguardo impaurito, sapeva di aver fallito. Cerasella era preoccupata, io pure anche se non lo davo a vedere.
«Dici che si salverà?» mi chiese timorosa.
«Certamente, Wladimiro ha un fisico robusto.»
«E se dovesse morire?»
«I pazzi non muoiono mai, hanno sette vite come i gatti» le dico per darle coraggio.
Un medico dai baffi bianchi e dall’aria rassicurante si fece avanti e ci disse che Wladimiro aveva avuto una brutta faringite ma che il peggio era passato. Abbracciai Cerasella e uscii fuori a fumare. Il grecale aveva attutito l’afa dei giorni scorsi. Il peggio sembrava passato.

domenica 26 giugno 2011

Le ultime ciambelle sono sempre le migliori


Quella per Antonio era proprio una bella giornata. Anche se non riusciva a capire bene il perchè.
Forse perché era arrivata l’estate, forse perché era venerdì e sarebbe potuto tornare a casa presto a scrivere il libro della sua vita, e ad aggiustare il trenino elettrico che per tutta la settimana aveva fatto i capricci sta di fatto che quel giorno si sentiva bene e pieno di allegria.
In quei momenti veniva letteralmente assalito dal desiderio di mangiare qualcosa di goloso.
In quei casi, le scelte erano molteplici. Variavano dal succo di frutta alla mela verde con la classica aragosta con su la solita pallina rossa o verde, al cappuccino con cornetto sormontato dall’immancabile spolverata di cacao, passando per un pezzo di pizza al taglio tonno e cipolla fatta a regola d’arte o le ciambelle fritte.
Quel giorno decise, sarebbe stata la volta delle ciambelle fritte.
Le ciambelle fritte gli piacevano da morire. Anche se non sapeva bene perché. O forse sì. Gli ricordavano la sua infanzia, poiché erano la sua merenda preferita ai tempi delle medie acquistata nei pressi di una piccola panetteria vicino casa da Marianna, una fornaia generosa e compiacente che emanava sempre uno strano odore di latte di mandorla che misto al profumo delle ciambelle, dava il là ad un mix sensuale, promiscuo, ed eccitante.
Proprio quello che ci voleva per lui ragazzo giovane, piccolo, sornione ed intraprendente.
Per cui fu felice quando il capo comunicò a tutti che al posto del solito distributore automatico, a portare la colazione dal lunedì successivo sarebbe stata una ragazza che lavorava alla rosticceria all'angolo.
Per migliorare l'efficenza produttiva e arrivare meglio al cuore della gente diceva.
A sentire quelle parole Antonio fu invaso dalla felicità.
Era stanco di quel lavoro così meccanico, subliminale ed estraniante.
Ogni tanto ci voleva qualcuno con cui scambiare una parola, uno sguardo, un sorriso.
E Clara gliene elargiva ogni giorno in quantita industriale.
Si chiamava così la sua spacciatrice di zucchero quotidiano.
Aveva più o meno la sua eta, lui aveva da poco ricominciato a scrivere il suo libro, e lei divenne presto una sua accanita lettrice.
Anche lei infatti, si sentiva una scrittrice. Non sapeva se avesse davvero talento, ma aver trovato qualcuno con cui condividere la sua passione la incoraggiava a provarci.
Così finirono per fare amicizia e cominciarono a frequentarsi anche al di fuori dell'ambiente di lavoro.
O meglio: era lei che cercava ogni pretesto per stargli vicino, parlare, confrontarsi. Diceva che la faceva stare bene e le portava fortuna.
Lui la guardava e annuiva e non poteva non pensare che quanto gli diceva corrispondesse alla verità.
La sensazione d'inferiorità è connaturata alle donne, e quando queste, trovano qualcuno che le mette a posto e le aiuta a credere di più nei propri mezzi, esse, quasi come fosse una sorta di ricompensa, non possono fare a meno di innamorarsi.
E Clara si era innamorata. Non c'erano dubbi.
Antonio lo sentiva da come lo guardava; lei era innamorata di lui e per lui avrebbe fatto qualunque cosa.
Dal canto suo, Clara era simpatica, autoironica e creativa ma accidenti a lei aveva un sedere così grosso che se fosse atterrato sulla Luna a quest'ora tutti i figli del mondo non sarebbero nati e nessun provetto casanova avrebbe potuto blandire la sua giovane preda notturna paragonandola alla volta celeste.
Ma ovviamente tutto questo a lei non lo poteva dire. Svicolava anzi. Dissimulava sempre distillando in mille carinerie tutto l'affetto che sentiva di non poterle dare.
Ma questo a Clara non bastava. Non poteva bastare. Lei era una donna in gamba, corteggiata da molti e desiderata da tutti con delle gambe bellissime e un seno da urlo perchè lui non la voleva perchè?.
La povera Clara non riusciva proprio a capacitarsi.
Nella vita però ci vuole anche sedere e lei quello non c'è l'aveva. Portava tutti i giorni le ciambelle però e Antonio quelle non voleva proprio perderle anche perchè le faceva davvero bene.
Antonio era molto combattuto.
Non voleva illuderla regalandole stralci d'amore, nè voleva rabbonirla con la scusa del troppo bene.
Il bene è l'anestetico dell'amore.
Qualcosa che nessuno conosce, ma che tutti tirano fuori quando non sanno cos'altro dirsi nel timore di scoprirsi troppo e ferirsi di più con un sentimento più forte di loro.
Avrebbe potuto far finta di nulla, e fare lo gnorri tutto il tempo in attesa la cotta le passasse del tutto, o immolarsi per le ciambelle in un grande gesto d'amore.
Ma il solo pensiero di confrontarsi con quel pachidermico sedere lo terrorizzava facendogli subito escludere l'insano gesto.
Non sapeva proprio che fare. Lei intanto, trepidava tutta diventando ogni giorno più audace. Ormai Antono sentiva che il momento della collisione con quel didietro gigantesco era vicino.
Avrebbe avuto bisogno di aiuto per respingere quella portaerei di grasso e ciccia.
Un'aiuto dall'alto.
Arrivò dal mare invece.
Lei infatti, partì per le vacanze a Fregene.
Aveva bisogno di riflettere. Doveva capire se quell'inseguimento avesse ancora senso. Disse che sarebbe tornata appena avesse avuto le idee più chiare sul loro rapporto.
Non la vide più. Non riprese neanche il posto di lavoro. Ma il ricordo di quelle ciambelle così buone non l'aveva ancora abbandonato.
Pensava a quelle quando sei mesi dopo se la trovò fuori dal suo ufficio che lo aspettava.
Gli prese tenera le mani, e baciandolo dolcemente sulle labbra, con voce triste e rammaricata gli disse: "Antonio,non ci vedremo mai più. La prossima settimana mi sposo. Va, sei libero".
Poi, con gli occhi lucidi, e pien di lacrime, e senza che Antonio avesse il tempo di abbozzare una pur minima reazione, Clara se ne andò liberandolo per sempre dall'angosciante peso di quel sedere lardelloso e senza speranza.
O almeno così credeva.
La ritrovò un mese dopo sbattuta sulle prime pagine di tutti i giornali morta fatta a pezzi da Claudio il marito.
Claudio era un idraulico che Clara aveva conosciuto al mare durante un corso per diventare bagnino.
A quanto pare il bagnino che aveva proprio la faccia di David Hasselhoff, dopo averla sposata, aveva maturato oscure tendenze omosessuali che Clara aveva scoperto e che quella sera lei, esasperata dalla situazione e stanca delle bugie del marito, avesse tentato di evirarlo.
L'atroce delitto che ne seguì, era quindi avvenuto per legittima difesa.
Claudio infatti avventatosi contro la giovane moglie non contento d'averla disarmata, l'accoltellò con ben 93 fendenti.
Non ancora soddisfatto, Claudio in preda a un furore senza fine, la macellò poi la mise in forno e stava per accenderlo se non fosse intervenuto in lui un barlume di lucidità sufficiente a chiamare la polizia e ad interrompere l'orrido spettacolo.
Col cuore sconvolto e lo stomaco sottosopra, Antonio uscì di casa, entrò in un bar e ordinò un vassoio di ciambelle fritte con tanto di zucchero a velo sopra.
Al bancone non c’era più Clara ma una stangona ucraina di nome Alexsandra la cui unica occupazione sembrava quella di fulminare con lo sguardo tutti quelli che tentavano di stabilire un contatto con lei.
Era scocciata.
Porgendo il ricco vassoio, non elemosinò neanche un sorriso. Andò via come se niente fosse.
Le ciambelle stavano lì in mezzo al tavolo. Parevano quasi fissarlo in attesa del morso fatale. Ne diede uno. Provò un altro. Poi smise. E capì. Non sì può chiedere dolcezza ad un cadavere. Nè riportarlo in vita. Ormai Clara se n’era andata e l'urna in cui stava quello che restava di lei, s’era portata via tutta la dolcezza del mondo.
Decise in quel momento che quelle sarebbero state le ultime ciambelle della sua vita.
Guardò il cielo. Era blu come non l’aveva mai visto. Fece per uscire, ma tornò indietro. Prese le ciambelle e se le infilò tutte nella tasca del soprabito. Ne mangiò qualcuna. Erano davvero buone. A quel punto non ebbe più dubbi.
Le ultime ciambelle sono sempre le migliori.

mercoledì 22 giugno 2011

Specialmente a colazione (Parte 2)

La vedova di Antonio, specialmente a colazione, aveva sempre voglia di fare l’amore. Voleva farlo dappertutto, sul divano, sul letto, sul tavolo del soggiorno, davanti al televisore acceso; raggiungeva l’orgasmo solo quando sentiva la voce di Mastrota gridare agli italiani che le sue pentole  erano spesse cinque centimetri. Una vera goduria per entrambi. Ci ritrovavamo abbracciati in un bagno di sudore a guardare telefilm americani e a mangiare pan carrè spalmato di marmellata alla fragola. Non so fino a quanto avrei retto quel ritmo, ma per il momento andavo bene così. Quel coglione del marito era morto subito dopo il matrimonio, forse una settimana o due, giusto il tempo di intestarle tutti i beni. Era stato un funerale noioso, uno dei più brutti che abbia mai visto, il prete se la cavò in appena  20 minuti. Al momento della sepoltura mi scappava da ridere, pensavo ad Antonio disteso nella bara, un corpo senza braccia né gambe mangiato dai vermi. Che fine del cazzo. Fu in quel momento che lei si avvicinò, sfiorandomi il volto con uno chiffon nero:
«Conoscevi da molto tempo Antonio?» mi disse con  voce bassa.
«Si, da tanto» risposi cercando di essere il più serio possibile.
Non me ne fregava un cazzo del marito, tutti moriamo e in quella bara potevo esserci io; stavolta era toccato a lui.
«Sai, Antonio mi parlava sempre di te» mi sussurrò in un orecchio.  Provai un brivido freddo dai piedi alla punta dei capelli.
«Anche di te. Era molto innamorato» le dico fingendo emozione.
Antonio se le sceglieva tutte  puttane; quelle belle ed eleganti erano uno scoglio insormontabile. Il mio amico della vita non aveva capito nulla, si innamorava di chi lo sfruttava fino a morire, come in questo caso. Samantha era diventata padrona di ville, auto e conti bancari; poi un bel giorno si alza la gonna e fa vedere un pezzo di figa al maritino che non regge alla vista e muore con la lingua di fuori. Il suo cuore debole da paralitico non ce l’aveva fatta.
«Senti, ho paura di rimanere da sola in casa stanotte. Posso dormire da te?»  
«Certo che puoi» le faccio afferrandole la mano.
Gettammo una manciata di terra sulla bara  prima che chiudessero la tomba. Chiesi al becchino di cementarla per bene, avevo visto troppi film di Romero per poter dormire tranquillo.
Comunque sia, io e Antonio non ci saremmo rivisti prima del giudizio universale.