martedì 14 novembre 2017
L'Italia col resto del mondo non c'entra un cazzo
L’Italia col resto del mondo non centra un cazzo. Il pallone invece per fortuna ha sempre ragione anche quando incoccia maldestro uno stinco masochista e autoctono.
E’, anche se vi sembrerà strano, è giusto così.
Perché la discesa agli inferi del vello azzurro è un suicidio assistito in patibolo da decenni.
Anni nei quali le squadre si son gonfiate di petti d’esportazione, di scambi transoceanici, naturalizzazioni forzate, scene patetiche, buoni propositi annunciati subito compromessi inquinati dal vizio atavico di sentirsi comunque e sempre i più forti.
Ma i Maldini, Barresi, Nesta e Cannavaro non ci son più.
Son rimasti Buffon, Barzagli, Chiellini, De Rossi.
Loro, la faccia e il cuore gonfio di lacrime l’han messa tutta. Buffon ha addirittura chiesto scusa. Lui. Un monumento d’Italia chiede scusa per le cacche d’infingardi piccioni. Gli altri. Quelli che invece di migrare altrove all’infuriar della tempesta stanno fissi e inchiodati all’incantesimo della poltrona.
Come tanti in Italia. Quelli che senza un po’ di pelle sotto il deretano non saprebbero su cos’altro defecare. E nuvolosi, prendono tempo.
Ora non c’è n’è. Il feretro è andato. Insolentirlo di vanvere un’offesa.
Zitti dunque. Che è meglio diceva Quattrocchi.
Peccato che com’è andata ieri l’han visto tutti e fa peggio.
giovedì 2 novembre 2017
A MIO NONNO (06 -07 1927 – 26 -12 -1997).
…Ci
sei sempre tu nelle parole accoccolate in gola; qui ogni tanto qualcuno viene
fuori, dice la sua, sputa sentenze, ammazza, poi si rifugia mendicando dignità
in un nuovo silenzio da protrarre nel tempo. Altri solleticano verbi grezzi per
sentirsi meno soli, imperativi audaci buoni solo da ostentare nell’alta
società.
…
Io a volte mi perdo, avvinghiato a qualche crampo vagabondo, con l’entusiasmo e
lo stupore dei principianti smarrito in qualche anfratto, restando a guardare
questo affollato momento che fugge e rimanda soltanto le voci del vento, il
riflesso di facce pallide, lo schermo dove proiettano i sogni… e non vedo
niente… Da vent’anni.
Ci
sei sempre tu…
Manchi senza numero
(lo
sai: non son mai stato bravo in matematica).
domenica 8 ottobre 2017
Viva l'oste Aldo
E’ morto Aldo Biscardi.
Scorrono memorie. Piovono immagini.
L’Italia pena un’incerta ventura
mondiale. Come a evidenziare atavica
fifa a certe latitudini.
Scruto Aldo alla ricerca del suo
segreto, quello che gli ha assicurato successo tra il pubblico e gli addetti ai
lavori.
No:
la voce no, non è di quelle che
favoriscono un personaggio televisivo.
Affanna, con increscioso frutto, come un
tempo solo il Baffo Da Crema riuscì a fare sugli schermi.
E l'autorevolezza?
Indubbiamente c'èra, e ci mancherebbe, ma
non a gradi sommi per investirlo nostro Re del Calcio.
Perdibili poi le incursioni in altri
programmi, marionetta di costume assisa
sugli spalti senza troppa gloria.
Dunque qual è stata la bomba atomica innescata per oltre un
trentennio col suo Processo dal fulvo
Aldo?
Forse il piglio tra i commentatori,
simile a quello gioviale e dispersivo di certi antichi osti?
Potrebbe anche essere.
Perché agli italiani - i maschi italiani, intendo, che seguono il
cosiddetto football - piace un imbonitore che evidenzi questo e quello con fida
indulgenza.
E però non è sufficiente, dai.
La verità è che sostanzialmente, l'arma
letale di Aldo Biscardi è stata palesarsi da signore.
Perfetto, in televisione, per
l'immaginario globale.
Mai volgare nelle posture, e al tempo
stesso carico di voluttà aitante.
Sorrisi lievi, capelli che educatamente
rosseggiavano il viso, eleganza nei gesti di estrazione italica.
Il tutto accompagnato da un
abbigliamento degno, magari qualche volta troppo da sala da tè, ma comunque in
linea con il buon gusto borghese.
Cos'altro poteva servire, nell'Italia
inquieta degli anni Ottanta , per
conquistare spazio e successo?
Nulla.
Infagottato in antenne sempre più
marginali quelle di 7 Gold da ultimo –
s’è proiettato comunque nell'olimpo delle tele icone spendibili,annacquando
anche quella lingua da macchietta popolare.
Anche il trash virtuale di introdurre gli opinionisti sul
campo di calcio, e rinverdire in questo
modo una vecchia idea pedagogica del tubo catodico che in tempi di VAR e larghe intese appare sempre più necessaria .
Comunque sia, il risultato raggiunto è
stato è sarà storico.
Tra un ritrovato Cucchi e un esaltato Pardo,
continuerà a brillare la stella Biscardi:
dimostrazione scientifica che la tv è
colore, effigie, scoperta tacita di
crepe umane.
Viva l’oste Aldo, dunque, e non ci
accavalliamo che a casa non si capisce niente.
sabato 16 settembre 2017
Chi l'ha visto? Trionfo della pietà o cicaleccio per indifferenti?
Che un programma che si occupa esclusivamente
di assenze venga alla ribalta per un ritrovamento è strano; che si critichi
perche svolge alla perfezione il suo
ruolo di indagatore dell’umana realtà pur
nei suoi aspetti più cupi sopperendo, nella stragrande maggioranza dei casi,
alla miopia degli stessi inquirenti, è paradossale.
"Chi l'ha visto?",
trasmissione già spiona nel titolo, è in realtà un cazzotto dolente, occhi
pieni di lacrime che Federica Sciarelli, dopo trent’anni, ha imparato a tener
desti e colmi, senza che mai una stilla di pianto zuppi il macadam della pregiata RaiTre.
Da questo punto di vista -sotto il
profilo dell'etica, dell’accuratezza e dell’esattezza concettuale-, l'offerta è
giunta al suo meglio, con un profumo di noir che colloca lady Sciarelli tra una
sadica poliziotta americana e la più rassicurante Veronica Pivetti di Provaci
ancora prof!.
Mossa da irreprensibile devozione altruista,
intendo, la fulva Federica alberga saggia l'altra faccia dei congedi, ossia i
parenti -stretti o meno stretti- di chi troppe volte non torna a casa. E con la
forza di servizi rigorosi, e secchi, vincola il popolo a solidarizzare con gli ignoti
e il loro segreto: non più proprietà del loro animo inquieto ma concreto spartito in cui fare defluire
qualunque affanno.
Esemplare, in questo senso, per tempismo
e perfezione, è stato il tragico blitz sul caso Durini, ragazza leccese con morte ombrosa annessa e inveita deprecabile sotterra.
A portarla alla luce non è stata la
confessione di un reo assalito dai sensi di colpa; bensì l’incalzare della
cronaca di fronte a infelici frottole.
Piaccia o non piaccia, esalti o non
esalti, nessuno anche munito di adeguati plastici ha quest'abilità maieutica
nel lusingare l' ambiguità, nel rosolare a rogo pigro l’antropica cruna trasformandola
in cordiale sceneggiato.
Soltanto "Chi l'ha visto?", e
il suo alveare laborioso, fa volare e resistere nel tempo tante storie cupe. E a noi vili
ciabattini, sbaragliati dal sentimento, non resta che interrogarci
sull'abbondante percentuale di ascolto che queste ottusità antiquate conquistano.
Trionfo della pietà o cicaleccio per indifferenti?
venerdì 25 agosto 2017
Hanno detto che Antonio è tornato in città
Hanno detto che Antonio è tornato in
città. L’hanno visto arrancare per le cavità del mattatoio dove ha sanguinato
per logorati decenni. L’hanno visto con una borsa dalla trama scura, un po’ sporca.
Con i fili che si perdono nei discorsi ancora da fare. Tombe corrucciate nel Segreto, persino le vecchie non
sdilinquiscono tanto sull’argomento. Ne parlano mute, come al cospetto di
un’apparizione in fondo attesa senza l’accento stridulo della calunnia. Mugolano
solo che è tornato in città e basta.
Qualcuno afferma che è stato in convento,
al seguito di una lubrica suora laica, per ripararsi dall’umana fatica e
respirare di nuovo. Qualcun altro sostiene che è tutta una balla. Che è stato a
Lecco, un impiego dietro le quinte per imparare la sofferenza. Ma ce lo vedete
Antonio che si mette a impastar altra piaga che non sia la sua ? Proprio lui
che preferisce stare in disparte anche quando avrebbe tutte le carte in regola
per ammutolire gli stolti che nelle controversie dall’occhio pigro vomitano Mughini da Campari, convincimenti abusivi.
Qualcuno dice s’acquatti calvo e barbuto su uno scalino nelle vicinanze.
Scrivere poesie su un notes scoperto. Per una donna, pare. Ma forse è solo una proiezione infante da serie
televisiva anni Ottanta. Un rantolo inverso d’asilo, di senso sfascio. Forse son
davvero solo echi di risulta e titoli di
libri da comprare il mese prossimo.
Qualcuno non si ammassa punto sul luogo,
dove è stato, ma, chissà perché, virgola avido su come diavolo è venuto. Si spera
che Antonio non si smarrisca nel rintracciare, al rientro, il luogo che ha
lasciato. Finirebbe per deprimersi e dover ammettere che il luogo non è più lo
stesso. E’ forse non è mai davvero stato. Perché stare, è pelle in continua
muta. E pure gli occhi si perdono come
biglie ingenue nella routine di uno spiazzo. E mentre gli dicono questo, non
sanno, che stanno assordando una nota fuori pasto.
Qualcuno, Antonio, dichiara di averlo
visto in un parco, all’ora in cui il sole d’estate comincia a scemare. Ché a lui lo sapete, non piace la ressa.
Contemplava la notte alta e fulva insinuarsi
lenta nei cavi erbivori. Pareva agognasse qualcosa. Forse braccava solo il
minimo pertugio utile a cristallizzare nella mente la luce tragica e funesta di
tutto quello che l’aveva portato via da lì.
Qualcuno riferisce che Antonio è
ripartito, che qui Antonio non poteva starci più. Che qui Antonio non c’è mai
venuto e che a volte è solo la voglia di un lieto fine a stroncare l’acre anonimato.
Qualcuno dice solo che Antonio è tornato
in città. Ed è solo questo che conta quando una storia in qualche modo
ricomincia.
martedì 22 agosto 2017
Non finisce mai l’era dei corpi intrappolati nelle macerie
Una stolta fedeltà
livella
la tua tangibile diserzione e il tuo ramingo attracco
dall’intima infanzia del tempo tu mi svegli
ispessendo la barba dell’oppressione.
la tua tangibile diserzione e il tuo ramingo attracco
dall’intima infanzia del tempo tu mi svegli
ispessendo la barba dell’oppressione.
Non finisce mai l’era dei corpi intrappolati nelle macerie
coscienze che diligenti goderono il loro odore,
qui accantonano tuttora le voci smarrite
e io concio un grido di consapevolezza e grazia.
coscienze che diligenti goderono il loro odore,
qui accantonano tuttora le voci smarrite
e io concio un grido di consapevolezza e grazia.
sabato 19 agosto 2017
Almeno prima del fischio d'inizio
L’onda lunga del caso Neymar ha
coinvolto pur di striscio anche il pallone nostrano. E’ poco importa se a far
la voce grossa ora son i cinesi. Quel che conta, è che dopo anni di vacche
magre, e primitivi prestiti, il denaro è tornato a circolare nelle stanze che
conta dando al calciomercato italiano una connotazione mediatica impensabile
fino a pochi mesi fa.
Sia chiaro, nulla di clamoroso; quel che
basta a garantire la giusta altalena, l’effettivo pathos a un pallone che sino
all’anno scorso dopo pochi sminuzzati spezzatini già sapeva di muffa.
Stavolta non sarà così. Perché chi
doveva rafforzarsi per darsi un volto più europeo non l’ha fatto (la Juventus
su tutte) chi doveva recuperare qualcosa non potendo rivoluzionare reparti ha
conservato a dovere (Napoli a seguire), ritoccando il giusto (l’Inter a
sorpresa).
Certo ci sarebbe il Milan. Ma i tanti
cambi esigono giusti tempi e spazi ampi. Tranquilli. Li avranno tutti. Perché il calcio non è una
scienza esatta. Almeno fino al fischio d’inizio della prima giornata di
campionato. Almeno fino al termine di queste pagelle di mercato.
Buona lettura!!!
Atalanta 6.
Se nel calcio ci fosse davvero spazio
per le favole sarebbe bellissimo scrivere che la Dea ha tutto per confermarsi e
far bene anche quest’anno che c’è la Coppa Uefa (no ragazzi: Europa League
proprio non mi piace).
E invece no.
Ai ragazzi di Gasperini è mancato il
tempo di un effettivo consolidamento. Il mercato è arrivato prima togliendo
certezze (Conti, Kessie su tutti) e inserendo carneadi in fascia (Castagne), e
polmoni di ritorno al centro (De Roon) ;sulla trequarti la ciliegina slovena
Ilicic.
Proprio così male no di certo.
Però se ti sfilano dal mazzo Spinazzola
all’ultimo istante per un Laxalt ancora da venire , qualche incognita in
ottica Coppa – campionato c’è ed è inutile nasconderla.
Benevento 5,5.
L’entusiasmo di una neopromossa
meriterebbe la sufficienza d’ufficio.
Però, pur rilevando con piacere come la dirigenza
beneventina non si sia fatta invischiare
in chimere dal periglioso alone esotico puntando su nomi esperti (Costa in
difesa), e dal luminoso futuro (Cataldi
a centrocampo ) tutti italiani manca
tuttora qualcuno che possa assicurare punti e gol pesanti in area di rigore e
Coda proveniente dalla Salernitana, sembra solo il classico bomber di categoria . La B appunto.
Più di una serie una fine. Brutta.
Bologna 6.
Quando i soldi non fanno la felicità, ma
danno sicurezza t’adagi in poltrona e più dell’acqua non chiedi ti ritrovi di
sicuro a guardare il Bologna .
Una squadra gloriosa passata attraverso
stagioni nerissime che patron Joey
Saputo a forza di dollari e mozzarelle ha rimesso in piedi alla grande
garantendo sempre stagioni tranquille e oneste.
Fin troppo se in panchina hai un signore
che si chiama Roberto Donadoni .
Se vogliamo trovare un problema
sotto il cielo felsineo, è proprio questo;
L’annosa assenza di reali obiettivi
svacca l’esistenza e ammoscia qualsiasi libidine. Non può garantirla l’operaia geometria
di Poli, né il guizzo veterano di Palacio. Tranquilli: c’è sempre Destro a
rinverdire i prodromi di una sua effettiva rinascita.
C’è tempo però anche per questo portento
perché sarà salvezza comunque.
Cagliari 6.
Dopo i botti di l’anno scorso triste
questa estate blanda.
Andreolli e Cigarini non accendono stelle in
paradiso e lo strappo con Borriello lacera il cielo e ruba il sonno a un’isola
felice. Peccato.
Sarà comunque salvezza ma stavolta col
brivido.
Chievoverona 6.
Meno male che il Chievo c’è. A ricordare
che il calcio non è solo esose
plusvalenze economiche e misteriose
fidejussioni bancarie.
Meno male che il Chievo c’è a ricordarci che il calcio è sudore e
appartenenza. A insegnarla bomber di razza, è rimasto solo Sergio Pellissier.
Da quest’anno avrà accanto Pucciarelli .
Faran benissimo e Rolando Maran in panca
garanzia di successo.
Crotone 6.
Il diesse Ursino quest’anno ha fatto
mercato. Questa, dopo le difficoltà dello scorso anno, è già una notizia. Son
andati via Ferrari in difesa e Falcinelli in attacco. A rimpiazzarli l’albanese
Ajeti in difesa e soprattutto in attacco il mai troppo rimpianto bomber croato Budimir.
Niente male per un Crotone che quest’anno
ha tutte le carte in regola per salvarsi in fretta e con stile.
Interessanti in mezzo gli arrivi di Izco
e Mandragora. Il giusto mix di gioventù ed esperienza utile ad un tecnico come
Davide Nicola concreto e rampante. Come questo Crotone in effetti.
Fiorentina 5,5.
Dopo la lunga fuga estiva di tutti i big
della squadra, l’arrivo di Benassi e Simeone junior non può autorizzare voli
pindarici ad una squadra quasi tutta da ricostruire. Corvino ci sta mettendo
creatività e intuizione, ma augurare a Pioli una stagione serena è un azzardo.
Proprio come questa Fiorentina purtroppo.
Genoa 6.
Il Genoa è sempre un fascinoso mistero.
Il vizio estremo di cambiar tutto all’improvviso guasta l’anima e appanna la
vista ad una squadra che avrebbe tutto per sorprendere e stupire ma poi delude.
Quest’anno ha vinto la concretezza e
apparte i ritorni di Bertolacci e Centurion Lapadula assicura gol e profondità
in area di rigore.
Non in classifica però dove il Genoa
galleggerà tranquillo e sereno.
Hellas Verona 4.
Morto Romero il 16 luglio scorso, i
tifosi del Verona non meritavano un triste remake de La notte dei morti viventi del 1968.
Anche perché siamo nel 2017 e
presentarsi ai nastri di partenza del massimo campionato con i soli Caceres e
Cerci conciati rinforzi è condannarsi in partenza.
E’ questo non è un film bellezza. Fa
solo orrore.
Inter 7.
L’altra milanese ha speso di più
d’accordo. Questa ha comprato meglio comunque scegliendo ritocchi mirati e
giudiziosi.
Borja Valero al centro non l’ha nessuno
e Spalletti in panchina è garanzia di creatività e successo.
Motivare un sicuro partente come Perisic
un segno importante di cosa vuol dire avere un allenatore vero in panchina.
Se il giochetto riuscisse anche con
Jovetic pensare allo scudetto non sarebbe un azzardo. Anzi.
Juventus 7.
Non si può dar di più a una squadra che
in sede di mercato qualche cosa in più doveva farla per stare al passo delle
big europee.
De Sciglio, Matuidì, Bernardeschi e
Costa in un torneo al piccolo trotto fan bene, ma in Coppa non garantiscono
trionfi.
Era ed è, molto difficile migliorare
questa Juventus, ma indebolirla ancor di più. Incaponirsi nel non sostituire
Bonucci è da sciocchi. Farlo all’ultimo tuffo come una neopromossa qualsiasi,
da ritardati.
Così s’azzarda troppo e anche il dominio
domestico per la prima volta dopo sei anni è a rischio.
Lazio 6,5.
Leiva per Biglia e un trofeo in bacheca.
Non si fan scialacqui in casa Lotito ed è giusto così.
Soprattutto quando si ha un tecnico che
i rinforzi li porta da casa, li mette in campo e risolvono le partite (vedi
Murgia in Supercoppa).
Così vincere è più difficile. Ma che
gusto ragazzi.
Milan 8.
Non solo soldi ma anche qualità sulla
Milano rossonera.
Bonucci, Conti e Chalanoglu schiudono
traguardi insperati alla squadra di Montella.
Il fatto che l’elenco continui offre la
misura di quanto ci fosse da fare in casa del Diavolo .
Fassone e Mirabelli non si son tirati
indietro. Han speso tanto e bene. Vincere è quasi un obbligo.
Napoli 7,5.
La meraviglia partenopea avrebbe
meritato voti più altisonanti.
Aver tenuto tutti i big un capolavoro.
Non aver azzardato qualcosa in più in
sede di mercato nell’anno in cui la Juventus poltrisce l’unica pecca in un
altro anno da sballo.
Garantisce Maurizio Sarri.
Garantisce Maurizio Sarri.
Roma 6,
Nell’anno post – Totti un
ridimensionamento è dietro l’angolo. Monchi è una pezza di lusso ma lui in campo
non va.
Pellegrini in mezzo è un bel ritorno ma
per lo scudetto ci vuol altro e per Di Francesco sarà difficile tener sempre la
barra dritta e non aver (ancora) sostituito Salah una pecca decisiva in termini
di squadra e d’ambizioni.
Sampdoria 6.
Telenovela Schick a parte, aver venduto il
funambolico Muriel per Caprari qualche dubbio lo lascia. C’è Ramirez per
Fernndes ma tanto non sposta. Da seguire con attenzione anche in ottica azzurra
Ferrari per Skriniar.
Tante premesse che Giampaolo saprà di certo
svolgere con dovizia per un campionato senza infamia e senza lode.
Sassuolo 6,5.
L’orgoglio tutto italiano del Sassuolo
merita sempre qualcosa in più.
A incoraggiarlo quest’anno è giunto
Goldaniga difensore che in un ambiente più sereno del derelitto Palermo dello
scorso anno può far tanto e bene.
Via Defrel è tornato Falcinelli. Con
Berardi già promette scintille e una stagione alle spalle delle grandi per il Sassuolo non è utopia.
Spal 5,5 .
Lo ammetto: la compagine ferrarese mi è
simpatica. Sul mercato s’è mossa anche bene acquisendo l’esperienza di Felipe
in difesa e la classe di Viviani a centrocampo ma puntar tutto in avanti su
Paloschi che è un anno e mezzo che non segna è fantascientifico.
Da tenere assolutamente Antenucci che a
differenza di Coda del Benevento, per la A è prontissimo.
Torino 6,5
Il presidente Urbano Cairo dopo essersi
assicurato Giletti e Guzzanti per la 7, non ha lesinato neanche per il Toro e
cessione di Benassi a parte con Sirigu in porta, N’Koulou in difesa e Rincon a
centrocampo ha sicuramente migliorato i granata. Con Belotti ancora al centro
la Torino granata può vivere un anno da protagonista.
Udinese 6.
Dopo anni in chiaroscuro l’Udinese può
riscoprirsi grande. Scuffet in porta, Pezzella in difesa Berhami in mezzo e
Lasagna in avanti non potranno far rivivere i tempi delle Coppe in televisione
e i gol a grappoli di Di Natale ma possono schiudere orizzonti rosei.
Quelli di cui noi tutti (stragi spagnole
a parte e con la VAR in arrivo), abbiam bisogno in questo lungo intermezzo in
cui la vita, quella vera, ancora latita.
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