Translate

Digital Clock + Date

domenica 12 febbraio 2017

La quinta serata del Festivak di Sanremo e l'anteprima carnascialesca di Occidentalis' Karma

Namasté, alé!
C’è voluto un sacco di valeriana e un bidone di collirio, ma alla fine la rivoluzione tanto vaticinata è avvenuta: la scimmia ballerina ha battuto i cani striduli di queste sere issando sul gradino più alto del podio del Festival di Sanremo letizia, ironia e contemporaneità davanti alla venerabile  ma scontata Mannoia e al coraggioso e selvatico Ermal Meta.
La questione, storcerà la corda vocale di qualcuno, (Al Bano in primis), ma istantanea alla perfezione il desiderio rispettabile ed umano del popolo italiano di fuggire dal pentagramma dell’ovvio per affrontare  ballonzolando, le proprie frustrazioni: calce viva di un Italia dove se è vietato morire come canta esatto Meta, non  si vive comunque tanto bene.
Aspettando il carnevale, niente male come anteprima.
Applaudiamo quindi con forza colui il quale ha onorato estro e intelletto stornando dalla gloria ugole e volti celebrati da una fotogenia miope e spicciola, riscattando in parte, fragilità ataviche del tubo catodico schierante sul palco, mutilati, soccorritori, stacanovisti, vecchi, bambini, laboriose e turbate levatrici; manovali inconsapevoli e travagliati di una solidarietà da divano molesta e greve.
Ma d’altra parte quando punti tutto su Maria la  sciagura alza share è dietro l’angolo.
Sul palco restano il romanticismo sempreverde di Zarrillo e la bellezza assunta e inedita di Paola Turci, l’irriducibilità accigliata e meritevole di Marco Masini e il sacco dell’immondizia indossato con immensa grazia e somma bravura da Giorgia.
 Come dite? Tutto il resto?
Rastrello e spazzatura.
Su cui ora Francesco Gabbani e la sua scimmia  balleranno   nudi e vittoriosi consapevoli comunque che la loro affermazione è l'eccezione, non la regola.
E aspettando Carnevale va benissimo.


sabato 11 febbraio 2017

La quarta serata del Festival e il viscido impiastro del sordo cinismo

Un viscido impiastro è il sordo cinismo. Un additivo
provocante scollamento, dissociazione, scazzo.
Scorso il fremito pettegolo del debutto, archiviate le birichinerie linguistiche di Francesco Totti Sciopè e le farinose confessioni di Keanu Reeves, sorvolando snelli   rivedibili sperimentazioni si è giunti alla riproposizione dei cosiddetti big.
Una peperonata di suoni davvero indigesta, non lenita purtroppo, dal trionfo del giovane Lele . scontato come quasi tutto in questo Festival cui non è bastata la contemporanea ma giusta eliminazione di D’Alessio, Al Bano, Ron, per rifarsi una credibilità e aprirsi  davvero al nuovo.
Quale vien da chiedersi in tanta prostrazione testuale e scoraggiamento artistico?
Perché fra tanto orgoglio femminista dilagante è ancora l'amore a fare tasto e testo
Perché il tempo passa ma  la cosa che vorremmo è sempre la stessa:
Amore appunto. E spazi  abbastanza grandi da viverlo   
Non  per pura pena creativa ed esistenziale
Ma perché  dondolarsi nel’attesa di ciò che non c’è,  val più della  somma fatica di cercarlo.
Come farlo d’altronde in un mondo diffidente,  macchinoso, insensibile, sporco, zotico e autolesionista che vede nell’amore la sua unica ancora di salvezza?
E poco importa se a cantarlo sia l’ingrigito Zarrillo o  l’esangue Bravi.
Ciò che importa, (e un po’ lagna) è che  nel 2017 che sogna indipendenza e banda larga e ancora l’amore a catturare attenzione
Propellente perfetto per l’ itinerario dello  statico duo Carlo & Maria attraverso lassi di governi ambigui, gestioni ipotetiche e molta paura di finire.
E se poi Ermal Meta canta di brutalità domestica, o Francesco Gabbani irride   scimmiesco, spiritualismi fragili con la sua "Occidentali's karma", trattasi di eccezioni in uno show punzonato dall’ artificio annoiato  di Fiorella Mannoia, dal rock sensuale  di Paola Turci e dalla trasformazione del coolissimo  Samuel, passato da frontman dei Subsonica a canzonaro  leggero e cappelluto.
Fine pena mai ha scritto fuori dalla sua sorridente cella la quarta serata di Sanremo.
Meschinità e terrore son dentro di noi trovando sul palco di Sanremo, consona estensione, straniante accompagnamento.
Quasi un sollievo a questo punto, sorridere  insieme a Virginia Raffaele  in gambissima (non solo per effettivo e luccicante talento), con  la sua spietata e tentatrice Sandra Milo,  senza  star a titillare il pelo sulla presenza di Marika Pellegrinelli in Ramazzotti   (dopo le anonime francesi della terza sera va bene tutto), e affrancarsi una buona volta dalla sfilata di dolore che Maria  a ufo  passeggia tra una stecca e l’altra.
Ieri è stato il turno di nonno e nipote presenta alla strage di Nizza: sgambato peraltro.
 Tutto mestamente impudente. O forse solo cinico. Vedi sopra.


venerdì 10 febbraio 2017

La terza serata del Festival di Sanremo e l'onusto masso della nostalgia canaglia

Lungo viale di maldicenti note, Sanremo si prende una pausa dalle proprie modesterie cantanti concedendosi uno struscio deciso e scaltro  contro l’onusto masso della nostalgia canaglia.
Non solo omaggio all’Al Bano presente e  tenue di queste sere ma perché tipico del passato è la capacità d’attaccarsi al midollo rappresentando testardo se stesso e poco importa se hai 105 anni e non si capisce nulla di  quanto rantoli. Un mazzolino di fiori per l’andato a Sanremo ci sarà sempre. Se poi esistono levatrici capaci di sfornare settemila bimbi in anni di accudenti  mattane un motivo, (come cantava Celentano nel 2005), pure.
Quale?
quell'incapacità globale di guardarci addosso, e di accettare la vergogna per tornare alla dignità.
Assai più facile, invece, è mascherarsi in qualche modo e tirare avanti.
Non a caso, "il Festival di Sanremo  è un programma campione d’ascolti.
Consolatorio e sciocchino assieme, racchiude il cumulo delle paure che ci portiamo appresso:
Schiuderle sorvolando su un’intesa Conti – De Filippi ritrosa e inconcludente (dopo tre serate si può dire: i due avvezzi centravanti d’area   di rigore e luci della ribalta, insieme si pestano un po’ i piedi penalizzandosi a vicenda), è stato salutare, sorprendente e prezioso.
Come altro definire  l’”Amara terra mia” di Ermal Meta millenaria matrona di voglie sensibili e presenti, oppure “Le mille bolle blu” di Lodovica Comello brava a gorgheggiare sul passato e pronta a lanciarsi sgambettante e allegra verso un luminoso futuro riscattante intera l’abulia tenera e sospesa della sua canzone in gara.
Perché poi il pericolo di una cover ben eseguita è proprio questo: farti dimenticare tutto il resto.
Come non detto o non scritto se volete andando avanti.
Ad evitare il rischio ha pensato  male la “Sempre e per sempre della Mannoia forse troppo sicura di vincere da non uscire dall’equivoco di un De Gregori affettato e di massa o la lesta “Minchia signor tenente” reinterpretata da un Masini voglioso di piacere alle giovani generazioni tanto da omaggiare Giorgio Faletti con una cadenza da tapis – roulant ,surclassato comunque, dalla sensualissima e combattiva  Paola Turci di queste sere  lei sì davvero emozionante a dir poco  e che  l’Atzei  ( che forse si crede una figa ma non lo è) dovrebbe imitare o meglio, prendere ad esempio senza magari atteggiarsi (mio Dio!) a Orietta Berti due punto zero.
Perché poi le strade dell’arte son due o rivoluzionanti aggiungendo dote e personalità, oppure molestanti la culla della memoria ninnando ad ogni apparizione sanremese  vacue note d’esangue intrattenimento.
 Bernabei ad esempio, in questo svagato  box  sta invecchiando loffio  e nemmeno stavolta s’allontana dal sicuro gingillo di una nenia foruncolosa e infante distruggendo quanto di maturo e tagliente c’e nella “Un giorno credi” di Bennato.  A non dire dell’”Immensità” di D’Alessio gran prova al piano ma il resto? Boh e pure mah.
Perché poi arriva il fischio antenato e consapevole di LP, o il lunare momento di Mika a mostrare la differenza tra quello che vorremmo essere e  purtroppo, non siamo: giovani come i meravigliosi ragazzi dell’Antoniano ridotti   ombre assorbenti e sfatte stivanti notti assonnate e sfinite eppur  sempre grati di fronte a una vecchina canterina e sbieca, e illusi e confusi al cospetto di due ragazze francesi balbettanti e immotivate.
Come playboy alla deriva all’ennesima notte in bianco della propria vita.
Ditemi voi, cari lettori, se questo non è dannatamente vintage.
E’ così vintage da star bene in un film vacanziero dei Vanzina anni Ottanta.
Il guaio è che va in onda ancora adesso sul palco di Sanremo nel 2017 con la sciatta disinvoltura che si vedrebbe in una qualunque Isola dei famosi.
E’ questo, (liberati dall’elementare  ed esausto rimario di Alice Paba e Nesli, e le peccaminose  ma in fondo superflue intenzioni di Giulia Luzi e Raige), non è ammissibile.


giovedì 9 febbraio 2017

La seconda serata del Festival di Sanremo è il massimo della pena

Vinta la luttuosa riverenza del debutto, Sanremo si palesa per quel che è: uno spettacolo nazional – popolare al limite del carnascialesco utile a celebrare i propri miti (Totti), e lusingare turbe adolescenziali ispessite dal botox e il talento (Robbie Williams).
A schiudere tal provinciale orizzonte, ha pensato Maria abbigliata a bruscolinara provetta ridondante custode di un portachiavi feticcio di Carlo Conti il conduttore – direttore artistico e chi più ne ha più ne metta di questa edizione del Festival.
Immagine più significativa di quanto possa sembrare quest’ultima; racchiude, infatti, l’incapacità tutta umana di trattenere il presente, custodire l’attimo, senza farne memoria e idolo.
Circostanza che mette al tappeto le buone intenzioni cui la seconda serata sembrerebbe rivolta: la scoperta di suoni giovani e controcorrente subito imbastarditi e reietti da tonfi rochi e infranti.
A Sanremo accade purtroppo e Marianne Mirage meritava tanta delusa e compianta menzione.
Anche perché eliminata lei e i suoi bellissimi riccioli, Sanremo è la solita discesa negli inferi dei difetti italiani tra intermezzi troppo lunghi e Robbie troppo breve.
Diciamolo: tra il depression pop di Masini, il vampiresco Bravi e il gorilla di Gabbani l’ex Take That avrebbe meritato più spazio.
Ha limonato duro invece risvegliando  gli ormoni arrochiti della Maria (che, Maurizio, si sa, a 78 anni ha rotto lo sgabello),  ma anche le spoglie di un Festival  altrimenti stretto forte al suo piccolo mondo antico di mamme defunte,  romanisti orbi e gobbi malfermi utili a macinare affetto, simpatia e solidarietà perché  l’imperfezione umanizza, il fato è oscuro e lastricato di vanità.
Ok se lo canta la bellissima Giorgia di iersera forse il concetto è più chiaro ma in un mondo, dove l’onestà quotidiana diventa eroismo da palcoscenico va bene tutto.
Anche che una scimmia nuda balla e vince il Festival.
Regressione utile e forse sacrosanta per un format vecchio di sessantasette anni, che a colpi di tradizione e immobilismo ha resistito fino ai giorni nostri, inciampando rumorosa nei suoi stessi limiti: quelli che impediscono alle giovani generazioni di proporsi per più di tre minuti in scaletta rovinando sghemba sulla chiocciola ruvida viscosa e affamata della contemporaneità.
Parola lunga e fastidiosa quando ancora accoglie D’Alessio, Al Bano e Ron  rovesciando sul pubblico a casa ciò che intimamente non sente e afflitto subisce.


Come in tribunale, il massimo della pena.

mercoledì 8 febbraio 2017

La prima serata del Festival di Sanremo e quel 2017 non pervenuto

Ma si diciamolo senza remore e paure:
In un’Italia terremotata e afflitta, questo Festival di Sanremo sottotono e atterrito sta benissimo.
Sembra quasi a dirla tutta, la necessità di apparire compiti e rispettosi all’incalzare dei tragici eventi abbia smorzato la voglia di osare e divertirsi dei conduttori prima e dei cantanti poi.
Partiti in bianco e nero giunti a notte fonda, poco ha colorato la serata. E se i migliori alla fine sono la coppia Cortellesi – Albanese e il redivivo ma sempre prestante Ricky Martin icone del divertimento anni novanta qualcosa vorrà pur dire.
Vuol dire che la benzina è finita e il 2017 canterinamente parlando è lontano.
Non può rappresentarlo lo sgolato e cardiopatico Al Bano né la rossa Fiorella che forse in omaggio al cognome non s’è discostata molto da uno scontato inno orientato alla consacrazione della retorica umana.  Impantanata al solito nell’usuale fanghiglia amorosa, la pletora cantante tutta di questa prima serata non sa offrire molto altro di finite speranze al soldo di facili plausi sprovvisti però di passaporto di gloria oltreoceano.
Metafora ideale di una salvaguardata sensatezza sgorgante da un Crozza francamente superfluo quando poi c’è Diletta a regger palco e spacco giusto nei contenuti contraddittorio nei risultati se poi l’occhio assonnato dello spettatore dimentica il messaggio forte e infilato nel pigiama stretto  intravede  tutto e vuole altro.
Un po’ di futuro forse scrivendolo sommessamente ma neppure tanto.  Non pervenuto al momento se Conti e De Filippi gigioneggiano a centro palco cercando un’intesa distante e incoraggiata solo da esigenze di copione. Minimale anch’esso se riesce a fare a meno della scalinata e si sofferma sugli addominali di Bova. Anche lui proveniente da un universo altro,  non ha fatto molto per farsi ricordare. Come questa prima serata del Festival dopotutto richiamo MA BASTA BULLISMO escluso. 
Suona allora nefasto il “potremmo ritornare “di Ferro formidabile a distinguersi dalla melassa notturna da solo è in compagnia della bambolosa Consoli  (vi aspettavate scrivessi confortante eh?).
Dove vien da chiedersi se ancora non siamo stati.
Non nel 2017 di sicuro iersera.



E’ nel 2017 speranzoso e aitante d’altri mondi e pianeti questo è un problema.

mercoledì 1 febbraio 2017

In fondo, un italiano può

L’Italia pallonara e onirica ha un problema: non arriva a maggio. Tutto si decide molto prima togliendo a tutto il resto, entusiasmo e imprevedibilità. Cosicché gennaio e il suo mercato passa tranquillo senza avventatezze né sterzate paurose.
Il futuro è lì a pochi chilometri di distanza perché rovinarsi il fegato in  spericolate gite fuoriporta?
Giammai che la salute da queste parti, è sacra.
Ne è conseguito un mercato casalingo e oculato, dove a prendersi la scena una volta tanto son stati gli italiani con grinta e autorevolezza (Gagliardini all’Inter), valore e stazza Pavoletti passato dal Genoa al Napoli per quindici milioni.
Il resto? Puro contorno con qualche provvida e costosa escursione nel futuro da parte della Juventus (Caldara e Orsolini) e nomi e cognomi che, spiace dirlo, non cambieranno le sorti di un torneo ancora e  sempre a tinte bianconere juventine.
Ma andiamo nel dettaglio che è meglio.

Atalanta: 7 Ampiamente vinta la  scommessa Gasperini , la Dea non sperpera le sue chanche di qualificazione Uefa rinunciando da subito al solo Gagliardini guadagnando un pacco di soldi da Caldara, lanciando giovani e prendendo buone alternative.
Che cosa chiedere a un allenatore e una squadra partita malissimo? Un finale in gloria.
Visto il livello del calcio italiano più che possibile.

Bologna: 6 Dismesso qualche anziano dal brillante passato, (Morleo, Acquafresca, Floccari), linfa giovane in avanti col croato Petkovic e dietro col colombiano Valencia.
Quando la salvezza è in banca far rivoluzioni non serve e Bologna s’adegua tranquilla.

Cagliari: 6 Se non fosse per qualche strepito di troppo da parte della tifoseria ci sarebbe da andare tutti al mare a farsi i selfie tamarri insieme a quei gran truzzi di Borriello e Vieri e la loro interminabile sfilza di fighe da calendario.
Ma siamo a gennaio e il mare d’inverno è una canzone scritta nel 1983 da Enrico Ruggeri cantata da Loredana Bertè.
Trentaquattro anni dopo, in Sardegna l’addio di Storari non ha sconvolto nessuno, Faragò è un investimento interessante e il ritorno di Ibarbo un disperso comprimario.
Al resto ha già pensato quel gran mattacchione di Marco Borriello. Beato lui.

Chievo: 6 Ammettiamolo, una volta trattenuto Castro non serviva scialacquare.
C’è Gakpè però. Peperino togolese già visto di corsa e intermittenza al Genoa e all’Atalanta, non ha lasciato tracce.
A tutto il resta pensa Maran. Non è poco.

Crotone: 5 Tanta severità spiace. Ma un occasione come la serie A andava affrontata con  spirito e uomini diversi. Si dirà: ma i pitagorici han sempre lottato . sì ma non basta.
Cedere all’ultimo Palladino per sostituirlo con Acosty, onesto cursore di fascia, sa tanto di preparazione alla prossima serie B. Kotnik? Lasciamo stare. È più facile scriverne il nome piuttosto che lo sloveno riesca a incidere in serie A.

Empoli: 5,5 N on siate sgomenti. La squadra è già salva certo ma non è cresciuta. Con Martusciello anzi si è pericolosamente arrestata in un assurdo intorpidimento.
La squadra gioca male e segna poco e la riscoperta di Michedlidze non serve a mascherare l’ombra di una stagione sprecata. Saponara già venduto poi un pericoloso indizio di spiaggia e ombrellone in piena stagione fredda. No e poi no.

Fiorentina: 6,5 Corvino è un grande. Kalinic di più.  Sportiello e Saponara lo diventeranno presto perche Firenze è la piazza giusta per emergere e sorridere. Certo, più dell’Uefa non potranno centrare, ma dopo gli strambi esotismi di un anno fa, un po’ d’orgoglio italiano ci voleva.

Genoa: 6 Ci risiamo. Non si fa a tempo a fraternizzare con Perin e soci che il fato e Preziosi cambia tutto senza motivo.
Ok i 23 milioni incassati da Rincon e Pavoletti, ma a volte, si ha l’impressione che il presidentissimo genoano compri solo per complicare le cose al valente Juric che ogni volta deve rimontare il suo giocattolo che resta ancora di assoluto valore però che stress.

Inter: 7,5 Sembra incredibile ma se ci voleva una proprietà cinese a convincere l’Inter a puntare su un italiano l’indonesiano Tohir poteva mollar prima.
Si sarebbe evitato l’equivoco De Boer e trascorso una stagione tranquilla e rivolta al futuro .
Già roseo con Gagliardini in mezzo e Pioli in panca.
Il resto sarà un sudato quarto posto. Comunque una buona base in vista dei prossimi traguardi.

Juventus: 8 Rincon non strappa applausi ma regala reattiva solidità in mezzo.   Caldara un’aura di radioso futuro. Se poi quei tre là davanti reggono e Mandzukic non si rompe a far il tornante ogni traguardo è possibile. Sì anche quello dalle grandi orecchie.

Lazio: 6,5 L’aquila è una creatura tutta di Simone Inzaghi. Rinforzarla sarebbe servito ma se Lotito non c’è…
La Lazio gioca bene vince e sogna…
Quanti l’avrebbero scommesso dopo l’ultima estate da incubo?

Milan: 6 Ocampos e Deulofeu ad esser parchi van pur bene, ma è tutto il resto a non convincere.
Montella è bravo a far oro con il piombo, ma arrivare in Uefa sarà durissima se non impossibile.

Napoli 7,5 A leggere i numeri di Mertens e compagni vien da chiedersi: era così necessario Pavoletti?  Certo che sì.  
Ottimo aver trattenuto Giaccherini. Superbo essersi liberati dell’intraducibile El Kaddouri.

Palermo: 4 Semmai Posavec e compagni nutrissero ancora velleità di salvezza, la cessione degli svedesi Hiljemark e Quaison a Genoa e Mainz (non certo Barcellona e Real Madrid), l’avranno di certo abortite.
Assurdo per Palermo depauperare una risorsa come la massima serie.
 Sunjic e Silva non ne faranno la storia naufragando insieme a una città che con Guidolin in panca, è stata anche capolista.

Pescara: 6 Peccato. Perché la squadra di Oddo gioca bene e ci prova pure sul mercato pescando figure altisonanti.
Ma se la palla non  entra il delfino non  sorride e la barca affonda. Peccato perché Oddo farà strada.

Roma:5 Se Paredes è in forma Grenier non serve a nulla e in questa ronda finalmente italiana un altro straniero stona e quasi mette in forse un secondo posto del tutto acquisito.

Sampdoria: 6 I tempi degli show e di Eto'o son finiti . per fortuna. Restano da applaudire un Muriel in ripresa e uno Schick davvero ok. Non è poco.
Spiace per Cassano ma lo strappo era inevitabile.

Sassuolo: 6,5 Solo ammirazione per Squinzi e soci. Bravo a resistere su Defrel e Pellegrini dimostra che la provincia non è solo un prodigo serbatoio per le grandi del calcio.
L’Europa in fondo, s’è vista anche lì e finche è durata è stata bellissima.

Torino 5,5 Da Cairo era lecito attendersi qualcosa di più. C’è Iturbe. Ma non è la differenza che si pensava e la rincorsa  Uefa per Belotti e compagni è in salita.

Udinese: 6 Il vero acquisto è Lasagna.  Piatto succulento della prossima A la sorpresa è Delneri . Sempre bersagliato per una lingua non comprensibilissima, è riuscito a rimettere in piedi il mappamondo friulano ricordando a tutti perché dopo il Chievo era stato scelto dal Porto campione d’Europa.

In fondo, un italiano può. Gagliardini insegna.

sabato 28 gennaio 2017

Ora che tutto è finito

Ora che tutto è finito, e la folla s’è diradata, resta solo lo sgomento acconciato ad indice d’ascolto. Una perizia bisognosa di senso quando non supportata da un’adeguata direzione: pencolante salotto a rischio sbando nell’abisso di una circostanza rovinosa la quale occorre dirlo, non ha levigato sensibilità imbastardendo altresì ottusa convenzione e ineluttabile accettazione.
Perché è così che s’è avanzato in questi giorni tra crepe di stile e burroni di concetto cercando di rinvenire tra la necessità di informare e la vanità (e forse l’abitudine), di ronzare attorno l’alveare dell’inutile pure se accorato.
Tutto già visto e tastato in forza dì immagini antiche che all’atto dissesto diventano fradicio presente e formano cinico e morboso crocicchio deludente, sbiadito, contraddittorio quando non sorretto da nulla di necessario.
Solo facce assecondanti interventi macerati d’ovvio perché tuttavia distanti dal cuore del problema che al momento del bisogno resta comunque privato.
Perché come scriveva Hermann Hesse nella sua poesia “Nella nebbia “ pubblicata nel 1953 in una raccolta dal titolo “Poesie”:

Vivere è solitudine. 
Nessun essere conosce l'altro 
ognuno è solo.

E il voyeurismo con cui gli organi d’informazione continuano e seguiteranno a circolare a guisa di schiumosi ovini tra gli sfollati del sisma e i primi segnali di ripresa, indicano soltanto la difficoltà unanime di ribaltare schemi consunti.