lunedì 29 maggio 2017

FrancescoTotti

FrancescoTotti: una cantilena da scrivere e pronunciare tutta attaccata come una preghiera laica e patronale insieme perché inglobante l’anima di un popolo, una regione da sempre capitale di una rivalsa altruista disposta com'è a farsi ammirare da secoli da chi, inebriata dalla sua millenaria bellezza, ne oblia affrettata e indifferente le cicatrici.
Una svista tutta umana come il frutto di quest’amore fanciullo e testardo che il Pupone ha cullato  fino all’ultimo pur ora che è marito e padre.
Perché è umano troppo umano sciogliersi nelle lacrime di un popolo intero  rintracciando in quella universale  aspersione  il mare di un  amore smisurato; iniziato vagito di bimbo  nato incanto,  e finito strazio sba
ttuto al tappeto di una non più rinviabile presa d’atto che fa grande chi non s’è mai voluto elevare al soglio dei grandissimi,  e s’è involato solo spinto dal vento di una verde speranza di gloria casalinga ruggente furore di una rappresaglia atavica nei confronti di squadre più potenti e assistite;
Golpe riusciti solo a tratti perché Juventus, Inter con i loro cicli e il Milan con le loro Coppe son state più forti e aliene da quel bruciante candore che fa deboli le gambe nei momenti meno opportuni, sfuggendo quanto forse FrancescoTotti e la Roma avrebbero meritato.

Ora che tutto è finito, tra lettere accorate e abbracci rubati alla grammatica di un inevitabile commiato, nessuno potrà dimenticare quella folgore che appiccò il fuoco un giorno senza lampi l’istante del sedicenne debutto, nessuno potrà dimenticare come sembrò diverso il cielo all’improvviso quel giorno di giugno scudetto, nessuno potrà dimenticare il suo sorriso appiccicato al buio degli specchi di una vita tutta da illuminare ora, senza  più calzoncini e maglietta  .
Tutti vorrebbero affidare l’oblio al dispiacere, quel lentissimo cadere nel vuoto, lacerante più dello stesso morire.
Tutti vorrebbero disfarsi di quel dolore, passarlo ad altri, come FrancescoTotti  ad un certo punto ha fatto verso un bimbo undicenne diluendo così un languore immortale.
Non possono, non potranno, perché l’amore non è umano;  viene dal tempo, viene dagli dei, e ingloba in sé la tua vita, ogni vita come una finta in una morsa inesplicabile e arresa ad un fluido che ipnotizza: questo amore  bagliore violento  e stordente.
E’ come il viaggiatore sente il mare, nel sangue ancora prima di avvistarlo, tutti loro sentiranno ancora e sempre al solo tottiano rammento una querula agitazione.
Chiuderanno gli occhi e rivedranno le lacune, sagome isolate prima del suo unificante avvento: e d’improvviso non vedranno più quella nera poltiglia, quell’infinito vuoto come spazio.
Vedranno i suoi occhi, perché l’amore da iersera ha il suo sguardo smarrito nel crepuscolo.
E la parentesi aperta venticinque anni fa, brillerà ancora cifre, goal e record, e ancora assommerà e incoraggerà vita, pur in questi tempi colmi di schemi instabili.
Non ha trovato eredi FrancescoTotti nonostante l’auspicabile, rinnovato e ottimista Insigne.
E continuerà ad essere .
Da questo mastodontico strappo, prenderà linfa nuova: fiume impetuoso e travolgente,  celebrata icona muta e incisiva.
Un giorno, sfiniti gli argini del pianto, dovremo serrare le porte , o spalancarle di nuovo lasciandoci  invadere:
Sarà tempo d’amore, sarà tempo di te, di noi, di tutti, di Totti. Francesco per sempre CAPITANO delle nostre anime che un giorno, osammo sfidare questa vita, che del sogno,  purtroppo, è solo chetichella.




sabato 27 maggio 2017

Insinna sei fuori!!!!!!!!

Questo blog , è nato sette anni fa,nel 2010
il suo obiettivo era l’osservazione dell’umano errare fiduciosi il 2012 fosse solo una bubola catodica.
Il 2012 è giunto e pure passato e un lustro dopo c’è ancora chi la fa fuori del vaso; e non è proprio un bebè.
Obbligatorio  quindi,soffermarsi sul caso Insinna.
 Lo confesso: provavo una simpatia immediata, costante, non soltanto professionale ma anche umana e personale nei confronti di Flavio Insinna.
In realtà i Pacchi, dopo Bonolis, non mi hanno mai avvinto .Però,  c’èra in lui, come in pochi altri, la traccia forte e indelebile della persona a modo, brillante quanto a simpatia e al tempo stesso carica di sensibilità e talento;
al di là, intendo, di ciò che facesse di mestiere, dei pacchi quotidiani e dei copioni buoni e meno buoni che recitava altrove.
Per tale ragione, quando quest’uomo affronta sentieri imbarazzanti mi spiace, e penso che in un altro mondo e con una tv diversa il suo destino sarebbe stato diverso;
non soltanto figlio della gara allo share, ma anche ispirato all’espressione di una qualità cristallina.
Tutti ragionamenti -si fa per dire- che deperiscono di brutto quando apprendo il l’abisso dialettico in cui, è cascato fuori scena, dietro le quinte dove al solito, si plasmano le fondamenta di buoni programmi.
Ora chiedo a voi tutti AFFARI TUOI era un buon programma?,
Riflettiamo insieme: banalità dell’impianto, comitive di instabili assoggettate a un meccanismo pilotato sicuro ad attizzo di share e così via di finzione inquadrando.
E come non bastasse, a rendere superfluo questo format , è giunto il salasso di puntate speciali sempre scadenti nei risultati. Sintagmi di un programma in crisi
Che malinconia…
No, sul serio:
stipata di tristezza, e di voglia di aria nuova, la mano con cui scrivo invoca l’apertura delle finestre, propedeutica tra l’altro a un’eventuale destituzione dell’Insinna furioso e baro.
Anche perché, tra persone perbene, non si fanno brutte cose imbarbarendo d’insulti una concorrente colpevole di non esser accattivante.
Così -è vero- si accarezza il crine degli ascolti, e probabilmente si può fingere che Raiuno risplenda, ma la verità è che si rinuncia alla missione della prima rete:
che sarebbe, per i dimentichi, quella di unire la creatività all’onere del commerciale.
Qui invece di sfavillante c’è giusto la maleducazione Insinna:
fanatico, del potere, rado che lo serra.
Ricordo a tutti che la Maya è stata scacciata per una tetta esondante
Ma può la Natura vergognarsi di sé stessa?
Può la villania arruffianarsi di nascosto?
Sia chiaro: questo non esonera Striscia dal suo fare furbetto e in fondo sciagurato pregno di rancore e (forse invidia-
Ma Briatore scuserà:
Insinna sei fuori!!!

lunedì 22 maggio 2017

Si dicono trentatré, si festeggiano sei si ringraziano tutti



Si dicono trentatré, se ne festeggiano sei consecutivi, si ringraziano alla penultima giornata due Mandzukic e Dybala. E in fondo, è giusto così. Perché se la Juventus quest’anno ha vinto e convinto, il merito è proprio della crescita imponente e prodigiosa dei due attaccanti bianconeri.

E dire che così non doveva essere complici musi lunghi (Mandzukic ), fastidiosi infortuni (Dybala).



Troppo clamore e grano si portava poi dietro quel Gonzalo irsuto tondo e decisivo giunto sclausolato e sorridente a sdraiar cabale estive dove Benatia, Dani Alves, Pjanic, Higuain, (a non dire del conteso e sfortunato Piaça), mietevano facili consensi e sicuri trionfi.



Così non è stato, non subito almeno.

Perché adattarsi a una maglia nuova, è un tratto difficile e orizzonti diversi dove Higuaìn ha fatto l’atteso, decidendo guizzo scaltro e insensibile, contese dove il cuore, un tempo tinto d’azzurro, avrebbe tremato.

Non è stata il rullo compressore pensato estivo questa Juve, ha amministrato quasi innanzitutto favorita - questo è basta – dall’andamento lento e incidentato di tutto il resto. Moscio, soporifero pure troppo.



Ci voleva quindi la mossa a sorpresa, il colpo di genio quello in grado di modificare lo spartito e dilatare una stagione verso quella coppa dalle grandi orecchie attesa da vent’anni.



Allegri, non più il bello e scanzonato giovanotto capace d’altalenanti e pretestuose malie suburbane in calzoncini e maglietta, l’ha fatto assecondando le propensioni d’una squadra non più verdissima innestando a uno smoking perfetto e inappuntabile come il 3 – 5- 2 di Contiana e agghiacciante memoria quelle ali (Cuadrado l’unica vera), un tempo destinate a scardinare aree intabarrate ed ermetiche all’ultimo tuffo liberando la personalità istrionica e dominante di Dani Alves da mansioni rustiche e operaie e rivelando al mondo per intero quel gran portento di corsa e muscoli anch’esso verdeoro di Alex Sandro.

Tutto fantastico, bellissimo, incantevole e via d’aggettivi scialando;

Tuttavia per alzare gli occhi e sognar l’Olimpo ci voleva qualcosa di più.

Quel più, crestato e croato fino a dicembre s’immusoniva, persuaso cinese, in panchina.



Poi Firenze ha scritto un’altra storia e ribaltato novella consigliando ad Allegri provvido e alienato l’illegale e disumana trovata Mandzukic in fascia, sguardo killer a rincular caviglie, cuore da carpentiere a stuccar crepe e piedi da ballerino a piroettare proficuo e intenso con quel ragazzo smilzo e fotogenico che il tango lo conosce a menadito non solo perché argentino.

Quel Paulo Dybala da quest’anno consacrato ad autentico contraltare umano di quell’extraterrestre autistico e meccanico di Lionel Messi.

Perché Paulo almeno sorride oltre a far gol da applausi.

Lo può fare perché a centrocampo seppur ridotto a due Khedira e Pjanic valgono cento e quando il tedesco d’origine iraniana manca Marchisio è ricomparso presente e pronto ad abbracciar l’immediato futuro



Il presente sa ancora di Buffon, Barzagli, Bonucci, Chiellini, cantori calcistici di quelle filastrocche che iniziando in testa finiscono in campo prima di un nuovo trionfo scrivendo la storia.



Come accaduto ieri, abbattendosi impietoso sull’orgoglioso ma pacifico Crotone del filosofico e azzardato Nicola. 

D'altronde,    il bisogno d’obbedire alla storia non abborda astrusi sofismi.



Si dicono trentatré, si festeggiano sei sì, ringraziano tutti infine. 

 Anche il moccioso italo ivoriano Moise Kean primo 2000 della storia del calcio italiano a scendere sul rettangolo verde della serie A.



Di queste primizie si nutre la storia.



S’attende la leggenda.





Ma per Cardiff e il Real, per fortuna c’è tempo. 

giovedì 20 aprile 2017

L'ombra agra del ”chi sei?”

Aprile sciatta futuro.
E guasta squadrare la parabola perplessa del redante:
lo riconduce all’oblio l'ombra agra del ”chi sei?”,
una ragna che frena la sua voglia di avanzare là, dove l’abisso si prepara a voltare.


martedì 18 aprile 2017

Lo sfregio della morte di Gianni Boncompagni

Allo sfregio occorre rispondere con altrettanto smacco. Quello generante  al solito,sconcerto e sorpresa.
Solo così ci si riprende dall'’insulto e si procede all’ossequio di Gianni Boncompagni, che a dispetto del seguito e quasi boccaccesco cognome di compari ne ha avuti pochi, pochissimi.
A dirla tutta poi, sempre di quelli si parla e si è spettegolato in queste ore di universale congedo.
Arbore innanzitutto. Senza calcolare la debita differenza, esistente tra loro,   spesso i due si son confusi, mescolati, ammassati in un amplesso non sempre docile ed efficace rappresentando comunque  il dualismo alacre  e laborioso  dell’intestino del Paese uno  (Arbore), l'elegia del conformismo , lo stereotipo tradizionalista, l'approccio borghese di "Quelli della notte" – riluttante l’aggressione  sarcastica al contemporaneo, ma racconto intelligente del reale-, senza dimenticare l'invecchiamento apatico di chi, dai lussi di "Alto gradimento", è scivolato ai ranci dell'Orchestra italiana, vera e propria spanciata di pomposità vesuviana.
Boncompagni, invece, ha coraggiosamente e inevitabilmente -visto il soggetto- battuto nel tempo la decadenza dell'essere, la pochezza delle nostre presunte qualità nazionali -svendute tutte e subito al primo offerente-, incorniciando anno dopo anno il tema più contemporaneo e dolente  che possa essere rappresentato: quello del vuoto, del nulla. Della danza attorno a un baratro sempre più ampio e fondo.
Questo, e nient’altro, spettri del nostro cataclisma, sono stati Ambra e le bamboline di "Non è la Rai", la Raffaella Carrà che contava i fagioli all'ora di pranzo, la Parietti del non obliabile "Macao" -vera e propria chiavica postmoderna-; e anche Piero Chiambretti, che con la regia di Boncompagni ha  rivelato la sua vera anima: non certo  pestifera  e canaglia, com'era apparso da principio, ma mite e massificante come s'è visto poi.
Avrebbero dovuto premiare il soldato Gianni, con una medaglia d'oro, per l'assoluto onere dolo- nel documentare l’indigenza italica. E, affidargli, magari, un ultimo e folle programma, dove raccontare in vecchiaia anche lo strazio corrente.
Avrebbe potuto, e lo avrebbe  fatto benissimo.
La morte è giunta prima però, a cavare ogni scialo.;
siamo in Italia comunque e va bene che non tutto sia opportuno.

Pure questo in fondo.
(Forse).



venerdì 7 aprile 2017

Sette anni di Arazzi e Scazzi e voi tutti

Sette anni. Di Arazzi e Scazzi e voi tutti .
Potrei adesso  esondare in  sussiegosi salamelecchi e fare il giro d'ogni tana da dove  è venuto e gradassa  il vostro eco.
Ma non so farlo: son piccolo e discreto
Vi abbraccio tutti però con un GRAZIE enorme sulla porta 
( Mi raccomando falangi svelte: dateci dentro con la torta chè si continua con la malia della parola e ci sarà bisogno di un sacco d'energia per portarla a spasso!!!!!!!).

mercoledì 5 aprile 2017

L'anno al contrario

Il dramma cari  lettori,  è semplice.
Spiego.
Tra poche ore è il mio compleanno ma siccome non voglio pensarci metto al contrario il calendario e m’invento un’altra vita.
Così facendo invertendo l’anno di nascita  scopro che ...

Ho compiuto  ottantanove anni  venerdì scorso. Se non fosse per questa tastiera che tempesto di voglie non ci sarebbe molto per cui attizzarsi. Ho perso mia moglie tre  anni e mezzo fa. Il 19 luglio 2013, e non vivo più. Chè la tastiera è solo un rigo giustificato di rimpianti. Per cui è onesto annullarsi a questo punto e digitarlo in maiuscolo IO NON VIVO. Digito la vita: questa  sera  sa di nebbia e di vecchi treni presi in un'aurora livida e fumosa.
E, come Proust, posso riscoprire il gusto perduto, quell'amore sotto pelle che non sapevo neanche cosa fosse, le ragazze sedute sui ginocchi nello scompartimento affollato.
Non mi vedo ma sento è già questo respirare plurimo giustifica azione..
Lentamente la nebbia svanirà e mi rivelerà questo presente.
Le ragazze saranno ancora là, su quel treno che viaggia verso l'alba.

Risp