lunedì 26 novembre 2012

Juve : senza scatto non si vince

Alla Juve ieri sera  è mancato lo scatto.
Quello di Buffon sul rigore di Robinho. La sconfitta sta tutta lì. Non certo in un rigore inventato da un Rizzoli in versione Babbo Natale e mica nell'ovvio desiderio di rivalsa di una squadra (il Milan) data in coma prima che ne fosse accertata davvero la morte.
Alla Juve è mancato lo scatto. Quello di Lichsteiner mal sostituito da un Isla alquanto arruffone e confu

sionario giustamente mandato a chiarirsi le idee alla fine del primo tempo e rimpiazzato da un volenteroso Padoin.
Ma a che è serve puntare sulle ali se non c'è un empireo nel quale sperare?
Non poteva e non può esserlo il piccolo Giovinco. Ci sarebbe voluto il fotogenico Matri o l'ossigenato Bendtner.
Ma forse in una partita decisa da un'ascella anche una formica poteva fare la differenza.
Precetto buono nella Bibbia non nel campionato italiano che stasera sceglie la sua antijuve tra Inter e Napoli.
Sperando il loro futuro passi solo dai piedi.

mercoledì 21 novembre 2012

Gaviscon?

Sul cesso Chelsea ieri sera una Juventus mostruosa ha stampato tre stronzi meravigliosi.
A pulire e pagare lo scotto di una sconfitta senza precedenti l'emigrante di successo Roberto Di Matteo. Poverino lui.
In pochi mesi dalle stelle alle stalle.
Ora gli servirebbe Ercole. Ha avuto culo invece e Cole ieri sera.
Non bastava. Non è servito.
Gaviscon?
Ci pensa secondo me...

lunedì 19 novembre 2012

Calma


A tutti quelli che credono in una razza superiore. A tutti i giornalisti che fanno disinformazione.
A tutti quelli che pensano "sono in quanto Ho". A tutti quelli che non si fanno mai domande.
A tutti quelli che non ci danno mai risposte. A tutti quelli che vedono nella divisione una possibile soluzione a tutti i problemi e in particolare a quelli che mascherano i propri interessi personali dietro quelli "comuni". Indipendentemente dal fatto che siedano in Parlamento per volonta' di un elettorato o semplicemente perche' qualcuno piu' in alto di loro gli ha dato un gran calcio in culo...


domenica 11 novembre 2012

San Martino

La nebbia a gl'irti colli
piovigginando sale,
e sotto il maestrale
urla e biancheggia il mar;

ma per le vie del borgo

dal ribollir de' tini
va l'aspro odor dei vini
l'anime a rallegrar.

Gira su' ceppi accesi

lo spiedo scoppiettando:
sta il cacciator fischiando
su l'uscio a rimirar

tra le rossastre nubi

stormi d'uccelli neri,
com'esuli pensieri,
nel vespero migrar.

 Giosuè Carducci

domenica 4 novembre 2012

L'importanza d'avere un centravanti



Gli ultimi 90 minuti di Serie A hanno decretato l'importanza d'avere un centravanti.
L'Inter ne ha uno formidabile capace di finalizzare al meglio tutto quello che gli capita tra i piedi e così si porta a meno uno dai bianconeri juventini che avrebbero potuto anche pareggiare per la verità.
Ma Marchisio non è Milito e Vidal stavolta non basta a lucidare i meccanismi di una squadra che sembra mostrare 
i limiti di un organico privo di un vero bomber.

Quello che ha ritrovato il Napoli che con un Cavani in vena di beneficienza regala un gol che non ha impedito comunque al Torino di pareggiare in zona Cesarini con un centravanti nostrano dal nome mitologico riciclato sulla fascia per ragioni tattiche fino a quel Toni ritornato dall'Arabia con le motivazioni giuste per recitare il ruolo di protagonista nella splendida dramamturgia orchestrata da Jovetic e compagni quello che ha perso la Lazio per una giornata sufficiente a far abbattere sulla banda Petkovic il ritmo urticante e ipnotico del tango argentino del Catania.
Perchè oltre al centravanti c'è di più, ma non c'è niente di meglio. Bendtner e volenteroso, El Hamdaoui esotico e nulla più.
Di Natale autoctono ed eterno.
Marotta e Pradè prendano appunti.
Noi tutti un Bomber. (non il giubbotto eh?).

venerdì 2 novembre 2012

Esistenza

Esistenza
Ritrovarmi in questo ovale
con un legame vitale
in solitudine a volteggiare
con l 'infinito aspettare
di qualcosa.
Sognare
di poter camminare
in un nuoto perpetuo
di pensieri
intravedendo una luce bianca.
La fine di tutto.
Uno schiocco
Un pianto.
La nascita della vita in bracccio a giganti biancheggianti.
Crescendo vidi cose senza senso
cosciente del perduto collettivo senno.
Vidi uomini con biancheggianti vestiti
baciare e non procreare
di fronte a un freddo altare
in nome di una croce
e un continuo narrare.
Esseri travestiti
professare falsi miti
e scuole dove si imparava a vivere
lasciando l'intelligenza reprimere.
Sicuri di un tranquillo lavoro
si sedevano su un falso trono
lasciando che un finto quadrato
rubassero loro gli anni d'oro.
Ed ora piano piano mi invecchio
sperando ancora in un qualche cambiamento.
Disteso in un biancheggiante letto
rimango cosciente che della vita
e delle esperienze connesse ad essa
non mi interessa piu niente.
Tutto improvvisamente si illumina di bianco
e mi appresto al grande salto.
Ma con me non posso portare nient'altro
che un tatuaggio
situato dentro al cuore
con impresso dentro il nome
di quella persona che in questa vita 
mi diede tanto amore.
Pier Paolo Pasolini


giovedì 1 novembre 2012

La morte e gli italiani

Se qualcosa doveva insegnarmi il mio oggetto di tesi è questo: la morte è una fascinazione cui la letteratura italiana ha ceduto a fatica, spesso triste corollario di vite brevi e oppresse da malattie fulminanti come quelle degli scapigliati e trascurate presto per gli usci tranquillizzanti e soporiferi di un pacifico tinello casalingo e ciarliero all’interno del quale scogliere con serenità i nodi di una quotidianità difficile e complicata.
La morte paralizza.
Noi non sappiamo accoglierla come gli indiani, non sappiamo riviverla come gli ebrei, non riusciamo a riderne come gli inglesi, non abbiamo imparato ad allontanarla e digerirla come gli americani che, cono in testa e zucche illuminate fuori, fanno scorpacciate di dolcetti ogni 31 ottobre.
Noi temiamo la morte con un’apprensione formidabile: non ne parliamo e non sappiamo confortare chi ne è colpito.
I nostri morti sono figure distanti.
Ai bimbi s’insegna a dimenticarli: quasi fossero fantasmi in grado di turbarne i sogni.
Che una nazione presuntuosamente cattolica s’atteggi in questo modo è paradossale se non tristissimo.
Eppure vi è stato un tempo e uno spazio dove non era così.
In campagne festose e ancora vergini dal peccato di una forzata industrializzazione, così come c’erano i vivi si contemplavano anche i morti sublimati in fotografie e ricordi scambiati amorevolmente attorno alle braci di un fuoco scoppiettante e intimista.
Oggi che abbiamo perso le parole restano i cimiteri. Monumenti angosciosi e funerei spie tangibili e ricorrenti di un’inclinazione alla tristezza inevitabile e impellente.
Una volta vidi un gruppo di persone mangiare tortellini in brodo dopo un funerale e vomitai inorridito. Mi sembrava una lampante ed inaccettabile mancanza di rispetto.
Poi capì: la mancanza di rispetto era la mia. La loro era allegria trasudante rispetto.
Può cambiare questa ragazza ultracentenaria sbarazzina e modaiola?
Forse sì, forse no, chi può dirlo.
Ci vorrà in ogni modo un sacco di tempo.
Basterebbe ricordare però che i morti non vogliono atterrirci: ma possono risollevarci.
Basterebbe ricordare che ciò che siamo stati e in qualche modo ciò che siamo ancora è merito di chi c’era, di chi c’è, di chi ci sarà.
Muore davvero solo chi dimentichiamo. Gli altri sono ancora qui, ancora in grado di darci tacitamente una mano, oppure una pagina letta non solo per meri scopi scolastici né tantomeno per obblighi di tesi.
Che magari non sarà un librone. Ma neanche un libello.