lunedì 29 maggio 2017

FrancescoTotti

FrancescoTotti: una cantilena da scrivere e pronunciare tutta attaccata come una preghiera laica e patronale insieme perché inglobante l’anima di un popolo, una regione da sempre capitale di una rivalsa altruista disposta com'è a farsi ammirare da secoli da chi, inebriata dalla sua millenaria bellezza, ne oblia affrettata e indifferente le cicatrici.
Una svista tutta umana come il frutto di quest’amore fanciullo e testardo che il Pupone ha cullato  fino all’ultimo pur ora che è marito e padre.
Perché è umano troppo umano sciogliersi nelle lacrime di un popolo intero  rintracciando in quella universale  aspersione  il mare di un  amore smisurato; iniziato vagito di bimbo  nato incanto,  e finito strazio sba
ttuto al tappeto di una non più rinviabile presa d’atto che fa grande chi non s’è mai voluto elevare al soglio dei grandissimi,  e s’è involato solo spinto dal vento di una verde speranza di gloria casalinga ruggente furore di una rappresaglia atavica nei confronti di squadre più potenti e assistite;
Golpe riusciti solo a tratti perché Juventus, Inter con i loro cicli e il Milan con le loro Coppe son state più forti e aliene da quel bruciante candore che fa deboli le gambe nei momenti meno opportuni, sfuggendo quanto forse FrancescoTotti e la Roma avrebbero meritato.

Ora che tutto è finito, tra lettere accorate e abbracci rubati alla grammatica di un inevitabile commiato, nessuno potrà dimenticare quella folgore che appiccò il fuoco un giorno senza lampi l’istante del sedicenne debutto, nessuno potrà dimenticare come sembrò diverso il cielo all’improvviso quel giorno di giugno scudetto, nessuno potrà dimenticare il suo sorriso appiccicato al buio degli specchi di una vita tutta da illuminare ora, senza  più calzoncini e maglietta  .
Tutti vorrebbero affidare l’oblio al dispiacere, quel lentissimo cadere nel vuoto, lacerante più dello stesso morire.
Tutti vorrebbero disfarsi di quel dolore, passarlo ad altri, come FrancescoTotti  ad un certo punto ha fatto verso un bimbo undicenne diluendo così un languore immortale.
Non possono, non potranno, perché l’amore non è umano;  viene dal tempo, viene dagli dei, e ingloba in sé la tua vita, ogni vita come una finta in una morsa inesplicabile e arresa ad un fluido che ipnotizza: questo amore  bagliore violento  e stordente.
E’ come il viaggiatore sente il mare, nel sangue ancora prima di avvistarlo, tutti loro sentiranno ancora e sempre al solo tottiano rammento una querula agitazione.
Chiuderanno gli occhi e rivedranno le lacune, sagome isolate prima del suo unificante avvento: e d’improvviso non vedranno più quella nera poltiglia, quell’infinito vuoto come spazio.
Vedranno i suoi occhi, perché l’amore da iersera ha il suo sguardo smarrito nel crepuscolo.
E la parentesi aperta venticinque anni fa, brillerà ancora cifre, goal e record, e ancora assommerà e incoraggerà vita, pur in questi tempi colmi di schemi instabili.
Non ha trovato eredi FrancescoTotti nonostante l’auspicabile, rinnovato e ottimista Insigne.
E continuerà ad essere .
Da questo mastodontico strappo, prenderà linfa nuova: fiume impetuoso e travolgente,  celebrata icona muta e incisiva.
Un giorno, sfiniti gli argini del pianto, dovremo serrare le porte , o spalancarle di nuovo lasciandoci  invadere:
Sarà tempo d’amore, sarà tempo di te, di noi, di tutti, di Totti. Francesco per sempre CAPITANO delle nostre anime che un giorno, osammo sfidare questa vita, che del sogno,  purtroppo, è solo chetichella.




sabato 27 maggio 2017

Insinna sei fuori!!!!!!!!

Questo blog , è nato sette anni fa,nel 2010
il suo obiettivo era l’osservazione dell’umano errare fiduciosi il 2012 fosse solo una bubola catodica.
Il 2012 è giunto e pure passato e un lustro dopo c’è ancora chi la fa fuori del vaso; e non è proprio un bebè.
Obbligatorio  quindi,soffermarsi sul caso Insinna.
 Lo confesso: provavo una simpatia immediata, costante, non soltanto professionale ma anche umana e personale nei confronti di Flavio Insinna.
In realtà i Pacchi, dopo Bonolis, non mi hanno mai avvinto .Però,  c’èra in lui, come in pochi altri, la traccia forte e indelebile della persona a modo, brillante quanto a simpatia e al tempo stesso carica di sensibilità e talento;
al di là, intendo, di ciò che facesse di mestiere, dei pacchi quotidiani e dei copioni buoni e meno buoni che recitava altrove.
Per tale ragione, quando quest’uomo affronta sentieri imbarazzanti mi spiace, e penso che in un altro mondo e con una tv diversa il suo destino sarebbe stato diverso;
non soltanto figlio della gara allo share, ma anche ispirato all’espressione di una qualità cristallina.
Tutti ragionamenti -si fa per dire- che deperiscono di brutto quando apprendo il l’abisso dialettico in cui, è cascato fuori scena, dietro le quinte dove al solito, si plasmano le fondamenta di buoni programmi.
Ora chiedo a voi tutti AFFARI TUOI era un buon programma?,
Riflettiamo insieme: banalità dell’impianto, comitive di instabili assoggettate a un meccanismo pilotato sicuro ad attizzo di share e così via di finzione inquadrando.
E come non bastasse, a rendere superfluo questo format , è giunto il salasso di puntate speciali sempre scadenti nei risultati. Sintagmi di un programma in crisi
Che malinconia…
No, sul serio:
stipata di tristezza, e di voglia di aria nuova, la mano con cui scrivo invoca l’apertura delle finestre, propedeutica tra l’altro a un’eventuale destituzione dell’Insinna furioso e baro.
Anche perché, tra persone perbene, non si fanno brutte cose imbarbarendo d’insulti una concorrente colpevole di non esser accattivante.
Così -è vero- si accarezza il crine degli ascolti, e probabilmente si può fingere che Raiuno risplenda, ma la verità è che si rinuncia alla missione della prima rete:
che sarebbe, per i dimentichi, quella di unire la creatività all’onere del commerciale.
Qui invece di sfavillante c’è giusto la maleducazione Insinna:
fanatico, del potere, rado che lo serra.
Ricordo a tutti che la Maya è stata scacciata per una tetta esondante
Ma può la Natura vergognarsi di sé stessa?
Può la villania arruffianarsi di nascosto?
Sia chiaro: questo non esonera Striscia dal suo fare furbetto e in fondo sciagurato pregno di rancore e (forse invidia-
Ma Briatore scuserà:
Insinna sei fuori!!!

lunedì 22 maggio 2017

Si dicono trentatré, si festeggiano sei si ringraziano tutti



Si dicono trentatré, se ne festeggiano sei consecutivi, si ringraziano alla penultima giornata due Mandzukic e Dybala. E in fondo, è giusto così. Perché se la Juventus quest’anno ha vinto e convinto, il merito è proprio della crescita imponente e prodigiosa dei due attaccanti bianconeri.

E dire che così non doveva essere complici musi lunghi (Mandzukic ), fastidiosi infortuni (Dybala).



Troppo clamore e grano si portava poi dietro quel Gonzalo irsuto tondo e decisivo giunto sclausolato e sorridente a sdraiar cabale estive dove Benatia, Dani Alves, Pjanic, Higuain, (a non dire del conteso e sfortunato Piaça), mietevano facili consensi e sicuri trionfi.



Così non è stato, non subito almeno.

Perché adattarsi a una maglia nuova, è un tratto difficile e orizzonti diversi dove Higuaìn ha fatto l’atteso, decidendo guizzo scaltro e insensibile, contese dove il cuore, un tempo tinto d’azzurro, avrebbe tremato.

Non è stata il rullo compressore pensato estivo questa Juve, ha amministrato quasi innanzitutto favorita - questo è basta – dall’andamento lento e incidentato di tutto il resto. Moscio, soporifero pure troppo.



Ci voleva quindi la mossa a sorpresa, il colpo di genio quello in grado di modificare lo spartito e dilatare una stagione verso quella coppa dalle grandi orecchie attesa da vent’anni.



Allegri, non più il bello e scanzonato giovanotto capace d’altalenanti e pretestuose malie suburbane in calzoncini e maglietta, l’ha fatto assecondando le propensioni d’una squadra non più verdissima innestando a uno smoking perfetto e inappuntabile come il 3 – 5- 2 di Contiana e agghiacciante memoria quelle ali (Cuadrado l’unica vera), un tempo destinate a scardinare aree intabarrate ed ermetiche all’ultimo tuffo liberando la personalità istrionica e dominante di Dani Alves da mansioni rustiche e operaie e rivelando al mondo per intero quel gran portento di corsa e muscoli anch’esso verdeoro di Alex Sandro.

Tutto fantastico, bellissimo, incantevole e via d’aggettivi scialando;

Tuttavia per alzare gli occhi e sognar l’Olimpo ci voleva qualcosa di più.

Quel più, crestato e croato fino a dicembre s’immusoniva, persuaso cinese, in panchina.



Poi Firenze ha scritto un’altra storia e ribaltato novella consigliando ad Allegri provvido e alienato l’illegale e disumana trovata Mandzukic in fascia, sguardo killer a rincular caviglie, cuore da carpentiere a stuccar crepe e piedi da ballerino a piroettare proficuo e intenso con quel ragazzo smilzo e fotogenico che il tango lo conosce a menadito non solo perché argentino.

Quel Paulo Dybala da quest’anno consacrato ad autentico contraltare umano di quell’extraterrestre autistico e meccanico di Lionel Messi.

Perché Paulo almeno sorride oltre a far gol da applausi.

Lo può fare perché a centrocampo seppur ridotto a due Khedira e Pjanic valgono cento e quando il tedesco d’origine iraniana manca Marchisio è ricomparso presente e pronto ad abbracciar l’immediato futuro



Il presente sa ancora di Buffon, Barzagli, Bonucci, Chiellini, cantori calcistici di quelle filastrocche che iniziando in testa finiscono in campo prima di un nuovo trionfo scrivendo la storia.



Come accaduto ieri, abbattendosi impietoso sull’orgoglioso ma pacifico Crotone del filosofico e azzardato Nicola. 

D'altronde,    il bisogno d’obbedire alla storia non abborda astrusi sofismi.



Si dicono trentatré, si festeggiano sei sì, ringraziano tutti infine. 

 Anche il moccioso italo ivoriano Moise Kean primo 2000 della storia del calcio italiano a scendere sul rettangolo verde della serie A.



Di queste primizie si nutre la storia.



S’attende la leggenda.





Ma per Cardiff e il Real, per fortuna c’è tempo. 

giovedì 20 aprile 2017

L'ombra agra del ”chi sei?”

Aprile sciatta futuro.
E guasta squadrare la parabola perplessa del redante:
lo riconduce all’oblio l'ombra agra del ”chi sei?”,
una ragna che frena la sua voglia di avanzare là, dove l’abisso si prepara a voltare.


martedì 18 aprile 2017

Lo sfregio della morte di Gianni Boncompagni

Allo sfregio occorre rispondere con altrettanto smacco. Quello generante  al solito,sconcerto e sorpresa.
Solo così ci si riprende dall'’insulto e si procede all’ossequio di Gianni Boncompagni, che a dispetto del seguito e quasi boccaccesco cognome di compari ne ha avuti pochi, pochissimi.
A dirla tutta poi, sempre di quelli si parla e si è spettegolato in queste ore di universale congedo.
Arbore innanzitutto. Senza calcolare la debita differenza, esistente tra loro,   spesso i due si son confusi, mescolati, ammassati in un amplesso non sempre docile ed efficace rappresentando comunque  il dualismo alacre  e laborioso  dell’intestino del Paese uno  (Arbore), l'elegia del conformismo , lo stereotipo tradizionalista, l'approccio borghese di "Quelli della notte" – riluttante l’aggressione  sarcastica al contemporaneo, ma racconto intelligente del reale-, senza dimenticare l'invecchiamento apatico di chi, dai lussi di "Alto gradimento", è scivolato ai ranci dell'Orchestra italiana, vera e propria spanciata di pomposità vesuviana.
Boncompagni, invece, ha coraggiosamente e inevitabilmente -visto il soggetto- battuto nel tempo la decadenza dell'essere, la pochezza delle nostre presunte qualità nazionali -svendute tutte e subito al primo offerente-, incorniciando anno dopo anno il tema più contemporaneo e dolente  che possa essere rappresentato: quello del vuoto, del nulla. Della danza attorno a un baratro sempre più ampio e fondo.
Questo, e nient’altro, spettri del nostro cataclisma, sono stati Ambra e le bamboline di "Non è la Rai", la Raffaella Carrà che contava i fagioli all'ora di pranzo, la Parietti del non obliabile "Macao" -vera e propria chiavica postmoderna-; e anche Piero Chiambretti, che con la regia di Boncompagni ha  rivelato la sua vera anima: non certo  pestifera  e canaglia, com'era apparso da principio, ma mite e massificante come s'è visto poi.
Avrebbero dovuto premiare il soldato Gianni, con una medaglia d'oro, per l'assoluto onere dolo- nel documentare l’indigenza italica. E, affidargli, magari, un ultimo e folle programma, dove raccontare in vecchiaia anche lo strazio corrente.
Avrebbe potuto, e lo avrebbe  fatto benissimo.
La morte è giunta prima però, a cavare ogni scialo.;
siamo in Italia comunque e va bene che non tutto sia opportuno.

Pure questo in fondo.
(Forse).



venerdì 7 aprile 2017

Sette anni di Arazzi e Scazzi e voi tutti

Sette anni. Di Arazzi e Scazzi e voi tutti .
Potrei adesso  esondare in  sussiegosi salamelecchi e fare il giro d'ogni tana da dove  è venuto e gradassa  il vostro eco.
Ma non so farlo: son piccolo e discreto
Vi abbraccio tutti però con un GRAZIE enorme sulla porta 
( Mi raccomando falangi svelte: dateci dentro con la torta chè si continua con la malia della parola e ci sarà bisogno di un sacco d'energia per portarla a spasso!!!!!!!).

mercoledì 5 aprile 2017

L'anno al contrario

Il dramma cari  lettori,  è semplice.
Spiego.
Tra poche ore è il mio compleanno ma siccome non voglio pensarci metto al contrario il calendario e m’invento un’altra vita.
Così facendo invertendo l’anno di nascita  scopro che ...

Ho compiuto  ottantanove anni  venerdì scorso. Se non fosse per questa tastiera che tempesto di voglie non ci sarebbe molto per cui attizzarsi. Ho perso mia moglie tre  anni e mezzo fa. Il 19 luglio 2013, e non vivo più. Chè la tastiera è solo un rigo giustificato di rimpianti. Per cui è onesto annullarsi a questo punto e digitarlo in maiuscolo IO NON VIVO. Digito la vita: questa  sera  sa di nebbia e di vecchi treni presi in un'aurora livida e fumosa.
E, come Proust, posso riscoprire il gusto perduto, quell'amore sotto pelle che non sapevo neanche cosa fosse, le ragazze sedute sui ginocchi nello scompartimento affollato.
Non mi vedo ma sento è già questo respirare plurimo giustifica azione..
Lentamente la nebbia svanirà e mi rivelerà questo presente.
Le ragazze saranno ancora là, su quel treno che viaggia verso l'alba.

Risp

martedì 21 marzo 2017

Non c'è calamaio nell'escrescenza di una faida

Non c’è calamaio nell’escrescenza di una faida
Solo pareti da stuccare
Nel plumbeo di un abbandono
Piombato di saliva
China su una  sciatica presenza
In sghemba adesione
Di uno scollato scomparto
..
.
Assente, serto laterizi frizionato nel vuoto di uno strazio

Scrivo per quel che non c’è e sbuffando sbatte la porta.

mercoledì 8 marzo 2017

La fola del fiorire

Un ristagno di corvi
al tristo dei picchi
vela di rea fatica
la fola del fiorire.

E la rivolta trabocca
prologhi mortiferi
in testa.

domenica 12 febbraio 2017

La quinta serata del Festivak di Sanremo e l'anteprima carnascialesca di Occidentalis' Karma

Namasté, alé!
C’è voluto un sacco di valeriana e un bidone di collirio, ma alla fine la rivoluzione tanto vaticinata è avvenuta: la scimmia ballerina ha battuto i cani striduli di queste sere issando sul gradino più alto del podio del Festival di Sanremo letizia, ironia e contemporaneità davanti alla venerabile  ma scontata Mannoia e al coraggioso e selvatico Ermal Meta.
La questione, storcerà la corda vocale di qualcuno, (Al Bano in primis), ma istantanea alla perfezione il desiderio rispettabile ed umano del popolo italiano di fuggire dal pentagramma dell’ovvio per affrontare  ballonzolando, le proprie frustrazioni: calce viva di un Italia dove se è vietato morire come canta esatto Meta, non  si vive comunque tanto bene.
Aspettando il carnevale, niente male come anteprima.
Applaudiamo quindi con forza colui il quale ha onorato estro e intelletto stornando dalla gloria ugole e volti celebrati da una fotogenia miope e spicciola, riscattando in parte, fragilità ataviche del tubo catodico schierante sul palco, mutilati, soccorritori, stacanovisti, vecchi, bambini, laboriose e turbate levatrici; manovali inconsapevoli e travagliati di una solidarietà da divano molesta e greve.
Ma d’altra parte quando punti tutto su Maria la  sciagura alza share è dietro l’angolo.
Sul palco restano il romanticismo sempreverde di Zarrillo e la bellezza assunta e inedita di Paola Turci, l’irriducibilità accigliata e meritevole di Marco Masini e il sacco dell’immondizia indossato con immensa grazia e somma bravura da Giorgia.
 Come dite? Tutto il resto?
Rastrello e spazzatura.
Su cui ora Francesco Gabbani e la sua scimmia  balleranno   nudi e vittoriosi consapevoli comunque che la loro affermazione è l'eccezione, non la regola.
E aspettando Carnevale va benissimo.


sabato 11 febbraio 2017

La quarta serata del Festival e il viscido impiastro del sordo cinismo

Un viscido impiastro è il sordo cinismo. Un additivo
provocante scollamento, dissociazione, scazzo.
Scorso il fremito pettegolo del debutto, archiviate le birichinerie linguistiche di Francesco Totti Sciopè e le farinose confessioni di Keanu Reeves, sorvolando snelli   rivedibili sperimentazioni si è giunti alla riproposizione dei cosiddetti big.
Una peperonata di suoni davvero indigesta, non lenita purtroppo, dal trionfo del giovane Lele . scontato come quasi tutto in questo Festival cui non è bastata la contemporanea ma giusta eliminazione di D’Alessio, Al Bano, Ron, per rifarsi una credibilità e aprirsi  davvero al nuovo.
Quale vien da chiedersi in tanta prostrazione testuale e scoraggiamento artistico?
Perché fra tanto orgoglio femminista dilagante è ancora l'amore a fare tasto e testo
Perché il tempo passa ma  la cosa che vorremmo è sempre la stessa:
Amore appunto. E spazi  abbastanza grandi da viverlo   
Non  per pura pena creativa ed esistenziale
Ma perché  dondolarsi nel’attesa di ciò che non c’è,  val più della  somma fatica di cercarlo.
Come farlo d’altronde in un mondo diffidente,  macchinoso, insensibile, sporco, zotico e autolesionista che vede nell’amore la sua unica ancora di salvezza?
E poco importa se a cantarlo sia l’ingrigito Zarrillo o  l’esangue Bravi.
Ciò che importa, (e un po’ lagna) è che  nel 2017 che sogna indipendenza e banda larga e ancora l’amore a catturare attenzione
Propellente perfetto per l’ itinerario dello  statico duo Carlo & Maria attraverso lassi di governi ambigui, gestioni ipotetiche e molta paura di finire.
E se poi Ermal Meta canta di brutalità domestica, o Francesco Gabbani irride   scimmiesco, spiritualismi fragili con la sua "Occidentali's karma", trattasi di eccezioni in uno show punzonato dall’ artificio annoiato  di Fiorella Mannoia, dal rock sensuale  di Paola Turci e dalla trasformazione del coolissimo  Samuel, passato da frontman dei Subsonica a canzonaro  leggero e cappelluto.
Fine pena mai ha scritto fuori dalla sua sorridente cella la quarta serata di Sanremo.
Meschinità e terrore son dentro di noi trovando sul palco di Sanremo, consona estensione, straniante accompagnamento.
Quasi un sollievo a questo punto, sorridere  insieme a Virginia Raffaele  in gambissima (non solo per effettivo e luccicante talento), con  la sua spietata e tentatrice Sandra Milo,  senza  star a titillare il pelo sulla presenza di Marika Pellegrinelli in Ramazzotti   (dopo le anonime francesi della terza sera va bene tutto), e affrancarsi una buona volta dalla sfilata di dolore che Maria  a ufo  passeggia tra una stecca e l’altra.
Ieri è stato il turno di nonno e nipote presenta alla strage di Nizza: sgambato peraltro.
 Tutto mestamente impudente. O forse solo cinico. Vedi sopra.


venerdì 10 febbraio 2017

La terza serata del Festival di Sanremo e l'onusto masso della nostalgia canaglia

Lungo viale di maldicenti note, Sanremo si prende una pausa dalle proprie modesterie cantanti concedendosi uno struscio deciso e scaltro  contro l’onusto masso della nostalgia canaglia.
Non solo omaggio all’Al Bano presente e  tenue di queste sere ma perché tipico del passato è la capacità d’attaccarsi al midollo rappresentando testardo se stesso e poco importa se hai 105 anni e non si capisce nulla di  quanto rantoli. Un mazzolino di fiori per l’andato a Sanremo ci sarà sempre. Se poi esistono levatrici capaci di sfornare settemila bimbi in anni di accudenti  mattane un motivo, (come cantava Celentano nel 2005), pure.
Quale?
quell'incapacità globale di guardarci addosso, e di accettare la vergogna per tornare alla dignità.
Assai più facile, invece, è mascherarsi in qualche modo e tirare avanti.
Non a caso, "il Festival di Sanremo  è un programma campione d’ascolti.
Consolatorio e sciocchino assieme, racchiude il cumulo delle paure che ci portiamo appresso:
Schiuderle sorvolando su un’intesa Conti – De Filippi ritrosa e inconcludente (dopo tre serate si può dire: i due avvezzi centravanti d’area   di rigore e luci della ribalta, insieme si pestano un po’ i piedi penalizzandosi a vicenda), è stato salutare, sorprendente e prezioso.
Come altro definire  l’”Amara terra mia” di Ermal Meta millenaria matrona di voglie sensibili e presenti, oppure “Le mille bolle blu” di Lodovica Comello brava a gorgheggiare sul passato e pronta a lanciarsi sgambettante e allegra verso un luminoso futuro riscattante intera l’abulia tenera e sospesa della sua canzone in gara.
Perché poi il pericolo di una cover ben eseguita è proprio questo: farti dimenticare tutto il resto.
Come non detto o non scritto se volete andando avanti.
Ad evitare il rischio ha pensato  male la “Sempre e per sempre della Mannoia forse troppo sicura di vincere da non uscire dall’equivoco di un De Gregori affettato e di massa o la lesta “Minchia signor tenente” reinterpretata da un Masini voglioso di piacere alle giovani generazioni tanto da omaggiare Giorgio Faletti con una cadenza da tapis – roulant ,surclassato comunque, dalla sensualissima e combattiva  Paola Turci di queste sere  lei sì davvero emozionante a dir poco  e che  l’Atzei  ( che forse si crede una figa ma non lo è) dovrebbe imitare o meglio, prendere ad esempio senza magari atteggiarsi (mio Dio!) a Orietta Berti due punto zero.
Perché poi le strade dell’arte son due o rivoluzionanti aggiungendo dote e personalità, oppure molestanti la culla della memoria ninnando ad ogni apparizione sanremese  vacue note d’esangue intrattenimento.
 Bernabei ad esempio, in questo svagato  box  sta invecchiando loffio  e nemmeno stavolta s’allontana dal sicuro gingillo di una nenia foruncolosa e infante distruggendo quanto di maturo e tagliente c’e nella “Un giorno credi” di Bennato.  A non dire dell’”Immensità” di D’Alessio gran prova al piano ma il resto? Boh e pure mah.
Perché poi arriva il fischio antenato e consapevole di LP, o il lunare momento di Mika a mostrare la differenza tra quello che vorremmo essere e  purtroppo, non siamo: giovani come i meravigliosi ragazzi dell’Antoniano ridotti   ombre assorbenti e sfatte stivanti notti assonnate e sfinite eppur  sempre grati di fronte a una vecchina canterina e sbieca, e illusi e confusi al cospetto di due ragazze francesi balbettanti e immotivate.
Come playboy alla deriva all’ennesima notte in bianco della propria vita.
Ditemi voi, cari lettori, se questo non è dannatamente vintage.
E’ così vintage da star bene in un film vacanziero dei Vanzina anni Ottanta.
Il guaio è che va in onda ancora adesso sul palco di Sanremo nel 2017 con la sciatta disinvoltura che si vedrebbe in una qualunque Isola dei famosi.
E’ questo, (liberati dall’elementare  ed esausto rimario di Alice Paba e Nesli, e le peccaminose  ma in fondo superflue intenzioni di Giulia Luzi e Raige), non è ammissibile.


giovedì 9 febbraio 2017

La seconda serata del Festival di Sanremo è il massimo della pena

Vinta la luttuosa riverenza del debutto, Sanremo si palesa per quel che è: uno spettacolo nazional – popolare al limite del carnascialesco utile a celebrare i propri miti (Totti), e lusingare turbe adolescenziali ispessite dal botox e il talento (Robbie Williams).
A schiudere tal provinciale orizzonte, ha pensato Maria abbigliata a bruscolinara provetta ridondante custode di un portachiavi feticcio di Carlo Conti il conduttore – direttore artistico e chi più ne ha più ne metta di questa edizione del Festival.
Immagine più significativa di quanto possa sembrare quest’ultima; racchiude, infatti, l’incapacità tutta umana di trattenere il presente, custodire l’attimo, senza farne memoria e idolo.
Circostanza che mette al tappeto le buone intenzioni cui la seconda serata sembrerebbe rivolta: la scoperta di suoni giovani e controcorrente subito imbastarditi e reietti da tonfi rochi e infranti.
A Sanremo accade purtroppo e Marianne Mirage meritava tanta delusa e compianta menzione.
Anche perché eliminata lei e i suoi bellissimi riccioli, Sanremo è la solita discesa negli inferi dei difetti italiani tra intermezzi troppo lunghi e Robbie troppo breve.
Diciamolo: tra il depression pop di Masini, il vampiresco Bravi e il gorilla di Gabbani l’ex Take That avrebbe meritato più spazio.
Ha limonato duro invece risvegliando  gli ormoni arrochiti della Maria (che, Maurizio, si sa, a 78 anni ha rotto lo sgabello),  ma anche le spoglie di un Festival  altrimenti stretto forte al suo piccolo mondo antico di mamme defunte,  romanisti orbi e gobbi malfermi utili a macinare affetto, simpatia e solidarietà perché  l’imperfezione umanizza, il fato è oscuro e lastricato di vanità.
Ok se lo canta la bellissima Giorgia di iersera forse il concetto è più chiaro ma in un mondo, dove l’onestà quotidiana diventa eroismo da palcoscenico va bene tutto.
Anche che una scimmia nuda balla e vince il Festival.
Regressione utile e forse sacrosanta per un format vecchio di sessantasette anni, che a colpi di tradizione e immobilismo ha resistito fino ai giorni nostri, inciampando rumorosa nei suoi stessi limiti: quelli che impediscono alle giovani generazioni di proporsi per più di tre minuti in scaletta rovinando sghemba sulla chiocciola ruvida viscosa e affamata della contemporaneità.
Parola lunga e fastidiosa quando ancora accoglie D’Alessio, Al Bano e Ron  rovesciando sul pubblico a casa ciò che intimamente non sente e afflitto subisce.


Come in tribunale, il massimo della pena.

mercoledì 8 febbraio 2017

La prima serata del Festival di Sanremo e quel 2017 non pervenuto

Ma si diciamolo senza remore e paure:
In un’Italia terremotata e afflitta, questo Festival di Sanremo sottotono e atterrito sta benissimo.
Sembra quasi a dirla tutta, la necessità di apparire compiti e rispettosi all’incalzare dei tragici eventi abbia smorzato la voglia di osare e divertirsi dei conduttori prima e dei cantanti poi.
Partiti in bianco e nero giunti a notte fonda, poco ha colorato la serata. E se i migliori alla fine sono la coppia Cortellesi – Albanese e il redivivo ma sempre prestante Ricky Martin icone del divertimento anni novanta qualcosa vorrà pur dire.
Vuol dire che la benzina è finita e il 2017 canterinamente parlando è lontano.
Non può rappresentarlo lo sgolato e cardiopatico Al Bano né la rossa Fiorella che forse in omaggio al cognome non s’è discostata molto da uno scontato inno orientato alla consacrazione della retorica umana.  Impantanata al solito nell’usuale fanghiglia amorosa, la pletora cantante tutta di questa prima serata non sa offrire molto altro di finite speranze al soldo di facili plausi sprovvisti però di passaporto di gloria oltreoceano.
Metafora ideale di una salvaguardata sensatezza sgorgante da un Crozza francamente superfluo quando poi c’è Diletta a regger palco e spacco giusto nei contenuti contraddittorio nei risultati se poi l’occhio assonnato dello spettatore dimentica il messaggio forte e infilato nel pigiama stretto  intravede  tutto e vuole altro.
Un po’ di futuro forse scrivendolo sommessamente ma neppure tanto.  Non pervenuto al momento se Conti e De Filippi gigioneggiano a centro palco cercando un’intesa distante e incoraggiata solo da esigenze di copione. Minimale anch’esso se riesce a fare a meno della scalinata e si sofferma sugli addominali di Bova. Anche lui proveniente da un universo altro,  non ha fatto molto per farsi ricordare. Come questa prima serata del Festival dopotutto richiamo MA BASTA BULLISMO escluso. 
Suona allora nefasto il “potremmo ritornare “di Ferro formidabile a distinguersi dalla melassa notturna da solo è in compagnia della bambolosa Consoli  (vi aspettavate scrivessi confortante eh?).
Dove vien da chiedersi se ancora non siamo stati.
Non nel 2017 di sicuro iersera.



E’ nel 2017 speranzoso e aitante d’altri mondi e pianeti questo è un problema.

mercoledì 1 febbraio 2017

In fondo, un italiano può

L’Italia pallonara e onirica ha un problema: non arriva a maggio. Tutto si decide molto prima togliendo a tutto il resto, entusiasmo e imprevedibilità. Cosicché gennaio e il suo mercato passa tranquillo senza avventatezze né sterzate paurose.
Il futuro è lì a pochi chilometri di distanza perché rovinarsi il fegato in  spericolate gite fuoriporta?
Giammai che la salute da queste parti, è sacra.
Ne è conseguito un mercato casalingo e oculato, dove a prendersi la scena una volta tanto son stati gli italiani con grinta e autorevolezza (Gagliardini all’Inter), valore e stazza Pavoletti passato dal Genoa al Napoli per quindici milioni.
Il resto? Puro contorno con qualche provvida e costosa escursione nel futuro da parte della Juventus (Caldara e Orsolini) e nomi e cognomi che, spiace dirlo, non cambieranno le sorti di un torneo ancora e  sempre a tinte bianconere juventine.
Ma andiamo nel dettaglio che è meglio.

Atalanta: 7 Ampiamente vinta la  scommessa Gasperini , la Dea non sperpera le sue chanche di qualificazione Uefa rinunciando da subito al solo Gagliardini guadagnando un pacco di soldi da Caldara, lanciando giovani e prendendo buone alternative.
Che cosa chiedere a un allenatore e una squadra partita malissimo? Un finale in gloria.
Visto il livello del calcio italiano più che possibile.

Bologna: 6 Dismesso qualche anziano dal brillante passato, (Morleo, Acquafresca, Floccari), linfa giovane in avanti col croato Petkovic e dietro col colombiano Valencia.
Quando la salvezza è in banca far rivoluzioni non serve e Bologna s’adegua tranquilla.

Cagliari: 6 Se non fosse per qualche strepito di troppo da parte della tifoseria ci sarebbe da andare tutti al mare a farsi i selfie tamarri insieme a quei gran truzzi di Borriello e Vieri e la loro interminabile sfilza di fighe da calendario.
Ma siamo a gennaio e il mare d’inverno è una canzone scritta nel 1983 da Enrico Ruggeri cantata da Loredana Bertè.
Trentaquattro anni dopo, in Sardegna l’addio di Storari non ha sconvolto nessuno, Faragò è un investimento interessante e il ritorno di Ibarbo un disperso comprimario.
Al resto ha già pensato quel gran mattacchione di Marco Borriello. Beato lui.

Chievo: 6 Ammettiamolo, una volta trattenuto Castro non serviva scialacquare.
C’è Gakpè però. Peperino togolese già visto di corsa e intermittenza al Genoa e all’Atalanta, non ha lasciato tracce.
A tutto il resta pensa Maran. Non è poco.

Crotone: 5 Tanta severità spiace. Ma un occasione come la serie A andava affrontata con  spirito e uomini diversi. Si dirà: ma i pitagorici han sempre lottato . sì ma non basta.
Cedere all’ultimo Palladino per sostituirlo con Acosty, onesto cursore di fascia, sa tanto di preparazione alla prossima serie B. Kotnik? Lasciamo stare. È più facile scriverne il nome piuttosto che lo sloveno riesca a incidere in serie A.

Empoli: 5,5 N on siate sgomenti. La squadra è già salva certo ma non è cresciuta. Con Martusciello anzi si è pericolosamente arrestata in un assurdo intorpidimento.
La squadra gioca male e segna poco e la riscoperta di Michedlidze non serve a mascherare l’ombra di una stagione sprecata. Saponara già venduto poi un pericoloso indizio di spiaggia e ombrellone in piena stagione fredda. No e poi no.

Fiorentina: 6,5 Corvino è un grande. Kalinic di più.  Sportiello e Saponara lo diventeranno presto perche Firenze è la piazza giusta per emergere e sorridere. Certo, più dell’Uefa non potranno centrare, ma dopo gli strambi esotismi di un anno fa, un po’ d’orgoglio italiano ci voleva.

Genoa: 6 Ci risiamo. Non si fa a tempo a fraternizzare con Perin e soci che il fato e Preziosi cambia tutto senza motivo.
Ok i 23 milioni incassati da Rincon e Pavoletti, ma a volte, si ha l’impressione che il presidentissimo genoano compri solo per complicare le cose al valente Juric che ogni volta deve rimontare il suo giocattolo che resta ancora di assoluto valore però che stress.

Inter: 7,5 Sembra incredibile ma se ci voleva una proprietà cinese a convincere l’Inter a puntare su un italiano l’indonesiano Tohir poteva mollar prima.
Si sarebbe evitato l’equivoco De Boer e trascorso una stagione tranquilla e rivolta al futuro .
Già roseo con Gagliardini in mezzo e Pioli in panca.
Il resto sarà un sudato quarto posto. Comunque una buona base in vista dei prossimi traguardi.

Juventus: 8 Rincon non strappa applausi ma regala reattiva solidità in mezzo.   Caldara un’aura di radioso futuro. Se poi quei tre là davanti reggono e Mandzukic non si rompe a far il tornante ogni traguardo è possibile. Sì anche quello dalle grandi orecchie.

Lazio: 6,5 L’aquila è una creatura tutta di Simone Inzaghi. Rinforzarla sarebbe servito ma se Lotito non c’è…
La Lazio gioca bene vince e sogna…
Quanti l’avrebbero scommesso dopo l’ultima estate da incubo?

Milan: 6 Ocampos e Deulofeu ad esser parchi van pur bene, ma è tutto il resto a non convincere.
Montella è bravo a far oro con il piombo, ma arrivare in Uefa sarà durissima se non impossibile.

Napoli 7,5 A leggere i numeri di Mertens e compagni vien da chiedersi: era così necessario Pavoletti?  Certo che sì.  
Ottimo aver trattenuto Giaccherini. Superbo essersi liberati dell’intraducibile El Kaddouri.

Palermo: 4 Semmai Posavec e compagni nutrissero ancora velleità di salvezza, la cessione degli svedesi Hiljemark e Quaison a Genoa e Mainz (non certo Barcellona e Real Madrid), l’avranno di certo abortite.
Assurdo per Palermo depauperare una risorsa come la massima serie.
 Sunjic e Silva non ne faranno la storia naufragando insieme a una città che con Guidolin in panca, è stata anche capolista.

Pescara: 6 Peccato. Perché la squadra di Oddo gioca bene e ci prova pure sul mercato pescando figure altisonanti.
Ma se la palla non  entra il delfino non  sorride e la barca affonda. Peccato perché Oddo farà strada.

Roma:5 Se Paredes è in forma Grenier non serve a nulla e in questa ronda finalmente italiana un altro straniero stona e quasi mette in forse un secondo posto del tutto acquisito.

Sampdoria: 6 I tempi degli show e di Eto'o son finiti . per fortuna. Restano da applaudire un Muriel in ripresa e uno Schick davvero ok. Non è poco.
Spiace per Cassano ma lo strappo era inevitabile.

Sassuolo: 6,5 Solo ammirazione per Squinzi e soci. Bravo a resistere su Defrel e Pellegrini dimostra che la provincia non è solo un prodigo serbatoio per le grandi del calcio.
L’Europa in fondo, s’è vista anche lì e finche è durata è stata bellissima.

Torino 5,5 Da Cairo era lecito attendersi qualcosa di più. C’è Iturbe. Ma non è la differenza che si pensava e la rincorsa  Uefa per Belotti e compagni è in salita.

Udinese: 6 Il vero acquisto è Lasagna.  Piatto succulento della prossima A la sorpresa è Delneri . Sempre bersagliato per una lingua non comprensibilissima, è riuscito a rimettere in piedi il mappamondo friulano ricordando a tutti perché dopo il Chievo era stato scelto dal Porto campione d’Europa.

In fondo, un italiano può. Gagliardini insegna.

sabato 28 gennaio 2017

Ora che tutto è finito

Ora che tutto è finito, e la folla s’è diradata, resta solo lo sgomento acconciato ad indice d’ascolto. Una perizia bisognosa di senso quando non supportata da un’adeguata direzione: pencolante salotto a rischio sbando nell’abisso di una circostanza rovinosa la quale occorre dirlo, non ha levigato sensibilità imbastardendo altresì ottusa convenzione e ineluttabile accettazione.
Perché è così che s’è avanzato in questi giorni tra crepe di stile e burroni di concetto cercando di rinvenire tra la necessità di informare e la vanità (e forse l’abitudine), di ronzare attorno l’alveare dell’inutile pure se accorato.
Tutto già visto e tastato in forza dì immagini antiche che all’atto dissesto diventano fradicio presente e formano cinico e morboso crocicchio deludente, sbiadito, contraddittorio quando non sorretto da nulla di necessario.
Solo facce assecondanti interventi macerati d’ovvio perché tuttavia distanti dal cuore del problema che al momento del bisogno resta comunque privato.
Perché come scriveva Hermann Hesse nella sua poesia “Nella nebbia “ pubblicata nel 1953 in una raccolta dal titolo “Poesie”:

Vivere è solitudine. 
Nessun essere conosce l'altro 
ognuno è solo.

E il voyeurismo con cui gli organi d’informazione continuano e seguiteranno a circolare a guisa di schiumosi ovini tra gli sfollati del sisma e i primi segnali di ripresa, indicano soltanto la difficoltà unanime di ribaltare schemi consunti.

domenica 15 gennaio 2017

La De Filippia Sanremo: Che barba che noia

Gli ascolti dicono, non son tutto . eppure a quanto sembra in fin dei conti, paiono l’unica cosa che conti.
Eppure chissà perché a me i conti non tornano.
Spiego.
Un servizio pubblico solido mentalmente e artisticamente mai avrebbe consegnato il cinquanta per cento della conduzione del prossimo Festival di Sanremo a Maria De Filippi.
Piuttosto avrebbe affrontato con decoro i ris
chi impliciti nella terza conduzione consecutiva di Carlo Conti, affidando a questa macchina umana di ascolti la nuova sfida (che comunque avrebbe vinto in scioltezza, almeno sul fronte della quantità di ascolti).
Invece no.
Al posto di sforzarsi di trovare un’idea brillante, identitaria e popolare assieme, i dirigenti di viale Mazzini hanno optato per l’esatto opposto:
la scorciatoia ammiccante.
Ossia il ricorso a uno dei baluardi commerciali Mediaset (l’altro è Barbara Trash D’Urso) per attirare pubblico, attenzione e conseguenti urrà! al termine delle cinque serate.
Circostanza che oltre a deludere getta ancora più sconcerto sulle supposte e a questo punto, solo presunte innovazioni prospettate a inizio mandato da Campo Dall’Orto. Nelle prime uscite da capoccia Rai, tra cortesie eleganti e panorami di una Roma bella e sprecata, aveva più volte parlato dell’importanza secondaria dei numeri, appannaggio di chi al posto di una vera rivoluzione catodica antepone la miopia del business.
Eppure ora, assieme all’imberbe Fabiano e l’oscuro capostazione Conti da sempre bravo nell’intercettare i gusti del popolo legittima il trionfo in scena della sensale di “Uomini e donne”;
non più presenza spaiante e dissacrante sul palco del Festival, come già accaduto in passato, ma protagonista assoluta a colpi di evviva .
Che delusione.
Che barba . che noia.
Il rimando alle baruffe serali Mondaini – Vianello son la cosa più sana e rasserenante cui riesco a pensare nel momento in cui la progettazione di una Tv di Stato si contamina con l’amaro becerume della tv commerciale.
Ne vien fuori un ibrido che anche solo per curiosità vedrete, produrrà gli effetti sperati conclamando altresì che anche la Rai da sempre farfugliante novità e innovazione si campa solo di capro cinismo.