martedì 10 maggio 2011

Come un coniglio dal cilindro del mago

«Siediti con noi a mangiare qualcosina.»
Mi tolsi gli occhiali scuri e la guardai bene, non era una coniglietta di playboy  ma comunque si difendeva bene. Portava un impermeabile grigio che le donava grazia e sicurezza nei movimenti e un paio di scarpe blu che mettevano in mostra i suoi piedi lunghi e affusolati; avrei tanto voluto  essere un feticista per accarezzarli e baciarli tutta la notte, magari fotografarli e appenderli  sopra il mio letto al posto della Vergine Maria. Invece mi limitai a dire col mio solito tono di voce,  lo stesso di chi ha passato ogni difficoltà nella vita e porta ancora le cicatrici impresse nel volto:
«no grazie,  preferisco sedermi al mio tavolo.»
Volevo starle vicino e guardarla negli occhi, dirle con tutta la forza che avevo dentro che era bella e che mi sarebbe piaciuto conoscerla meglio ma non lo feci perché qualcosa mi bloccava le articolazioni, mi sentivo come uno spastico sulla carrozzella che non può muoversi e deve chiedere aiuto pure per andare a pisciare e  mangiare.
CAZZO BASTA AIUTATEMI AD USCIRE VIVO DA QUEST’INCUBO!!!!
Tornai al mio tavolo con tre cornetti vuoti e la marmellata, cominciai a riempirli mentre il mio compagno di stanza cantava l’inno di Forza Italia, lo faceva ogni  mattina per farmi incazzare.
«Hai finito, brutto coglione che non sei altro?»
«mi consenta ma Silvio è il migliore che c’è.»
 Mi avevano sistemato al tavolo peggiore del gruppo,  seduto tra un fanatico di Berlusconi, una vera pazza e io in mezzo a loro, un po’ come Gesù nella Trinità, solo che il miracolo più grande che potevo fare era uscire vivo dalle loro conversazioni.
La ragazza con l’impermeabile grigio stava andando via, nella fretta di raggiungerla sbatto col ginocchio al tavolo frantumandomi la rotula e bestemmiando in una lingua a me sconosciuta.
Arrivo da lei zoppicando, sudato e in uno stato pietoso; avessi avuto un piattino e una stampella mi sarei messo davanti al discount a chiedere l’elemosina.
«Dove vai?» le chiedo balbettando come un agnello prima di essere sacrificato.
«Sono un po’ stanca, vado a fare un pisolino» mi risponde con una voce da uccellino in gabbia.
«Ma cristo di un dio, non abbiamo fatto nulla tutto il giorno e vai a dormire?»
«Non si dicono le parolacce, cafone
La mia anima villana era uscita fuori, come un coniglio dal cilindro del mago, decisi però di fare lo stesso il passo più lungo della gamba.
«Senti, mi daresti il tuo numero, così giusto per…»
“Giusto per”, nel mio linguaggio, significa che non l’avrei mai chiamata, mai invitata ad uscire. Ero troppo timido e pigro per farlo, il tutto mischiato ad una buona dose di bruttezza che rendeva particolarmente difficile le cose.
Mi diede comunque il suo numero; il Gallo dietro di me sorrideva felice.
Stavo per imbarcarmi in un’ avventura che non avrei mai più dimenticato.

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