martedì 8 novembre 2016
Mirabolanti acquisizioni novembrine
Son contento. Non accade spesso. Rimarcarlo più che un dovere di cronaca, è un prodigio. Inevitabile quindi condividerlo con tutti voi.
lunedì 17 ottobre 2016
Scatole
Scatole. Scatole di cellulosa. Che dire cartone fa barbone . Anche trascurando la deriva
comune, squadrante zavorra stipata di fretta, sono davvero curiosi i diversi
fati che interessano ogni più piccola parte di esse.
A volte queste nascono come parte di un filo d’erba. E durano il tempo di una stagione.
Altre volte nascono albero e finiscono per restare imprigionate decenni
nello stesso posto. Poi l’albero cade nel bosco e ogni sua particella torna alla
terra i suoi elementi. Oppure no, è tagliato dal boscaiolo. Allora l’albero
diventa trave di una chiesetta e la scatola scruta millenaria pii seguaci un
dio smorfioso.
Oppure diventa cassetta per la frutta. Scossa, celere, pressata, coperta, posta, respinta.
O può diventare fascina da incenerire. Il calore dilata e con letizia la particella è annientata nella vampa seducente di un caminetto.
Oppure diventa cassetta per la frutta. Scossa, celere, pressata, coperta, posta, respinta.
O può diventare fascina da incenerire. Il calore dilata e con letizia la particella è annientata nella vampa seducente di un caminetto.
Altre volte la scatola diventa mucchio di fogli e finisce in imballi
di quotidiani, libri o quaderni.
Non so cosa pensino di preciso le singole parti di una scatola di
questa piccola rifrazione scritta. Ma so
per certo che alcune di loro possono essere molto fiere del loro ruolo.
Alcune di loro sono diventate carta di block notes, su cui ho scritto una lettera anni fa, dal cuore di una mancanza. A una lei che tornava in autobus, mentre il mio tempo scarpinava vuoto. Una nuova amica che non era una conquista. Era un’amica destinata a restare amica a lungo. E queste precisazioni sono fuori luogo, davvero in fondo. Una armonia fatta di imbecillità e intelligenza, di svago e responsabilità, di serenità e pasticcini.
Non c’era infatuazione, no. E quella non è e non sarebbe giunta neanche dopo. Ma c’era una lettera che raccontava di questa disponibilità nuova. E tanto basta a fare tratti e memoria quando è la barra metallica di una tastiera a orientare una vita. Ora di nuovo zeppa in una particella di cellulosa.
Alcune di loro sono diventate carta di block notes, su cui ho scritto una lettera anni fa, dal cuore di una mancanza. A una lei che tornava in autobus, mentre il mio tempo scarpinava vuoto. Una nuova amica che non era una conquista. Era un’amica destinata a restare amica a lungo. E queste precisazioni sono fuori luogo, davvero in fondo. Una armonia fatta di imbecillità e intelligenza, di svago e responsabilità, di serenità e pasticcini.
Non c’era infatuazione, no. E quella non è e non sarebbe giunta neanche dopo. Ma c’era una lettera che raccontava di questa disponibilità nuova. E tanto basta a fare tratti e memoria quando è la barra metallica di una tastiera a orientare una vita. Ora di nuovo zeppa in una particella di cellulosa.
Quelle particelle di cellulosa hanno resistito agli anni e alla
noia, finendo in fondo a una scatola di scarpe pronta al trasloco. E poi, d’improvviso
hanno rivisto la luce e hanno riportato a lei i ricordi e il calore di quel
giugno.
E ora?
Leggo nelle striature del crepuscolo il futuro, chiedo di lei, e di me e della nostra zuccherosa solidarietà . Lo domando a questa luce che non vuol finire e sembra finalmente voglia dirmi qualche cosa, rivelarmi un segreto.
Leggo nelle striature del crepuscolo il futuro, chiedo di lei, e di me e della nostra zuccherosa solidarietà . Lo domando a questa luce che non vuol finire e sembra finalmente voglia dirmi qualche cosa, rivelarmi un segreto.
« Sai
quel luogo che sta tra il sonno e la veglia, dove ti ricordi ancora che stavi
sognando?" Quello è il luogo dove io ti amerò sempre... Peter Pan! » dice Trilli al giovane innamorato
Ed io resto aruspice del giorno perso a rimirare
il cielo verso ovest.
domenica 9 ottobre 2016
Maria De Filippi:: Comunque vada, c'èntra sempre lei
No, non è possibile. Comunque
vada, c’entra sempre lei.
La guardi in faccia in
TV, oltrepassando la sua asperità vocale
e il contegno glaciale da pavese in rotta, e moli al volto di una donna capace,
scaltra nel governare il mezzo catodico.
Dopodiché però inventari
l’apporto che davvero accorda ai media italiani, e registri con orrore quanto sadica
sia nell'animo:
ovvero quanto sia rivolta
alla confezione -o confettura- di strazi, mantenendo al tempo stesso l'aria immune
da doli che le consente di muoversi incolume.
Basta d'altronde un
veloce elenco, per sprofondare nel Mar dei Disagi:
dalle pop lacrime di
"C'è posta per te", alle pop e basta dei rintroni unisex,
snonnati e gay pomeridiani, fino alla pezzenteria traboccante che produce ad "Amici"
e l'ultimo gioiello titolato "Tu si que Vales” la solerte copia di "Italia's got talent", passato nel
frattempo dalle parti di Sky.
In apparenza, l'upload
della "Corrida" di Corrado, ma giusto in apparenza.
Perché mentre il signor
Mantoni s’innalzava a mallevadore del pubblico, fronteggiando l'imperizia anche
rude di certi concorrenti con il suo candore, Lady Maria e complici (Gerry
Stacanovista Scotti, Rudy Ignoto Zerbi e Teo Disperso Mammuccari) puntano
all'esatto opposto:
ovvero esaltare nei
panni
dei critici il lato oscuro d’ Italia celandosi frattanto dietro il sacro status
di VIP.
Iersera, ad esempio, il
peggio di "TU sì e sorvoliamo sul talento" non son stati tali Selfiesti
Anonimi che sciamano la vita a elemosinare click con VIP, e nemmeno il fondo si
è raggiunto quando un ciccione agile e analfabeta salticchiava sulle note di
Bailando .
Niente affatto.
La discesa agli inferi
ha avuto ancora una volta per Caronte Maria De Filippi, nell'occasione accanitasi
contro una ragazza, colpevole non tanto di voler lanciare (e questo è bene) un
messaggio contro la violenza sulle donne quanto di aver confidato a Maria e
soci i suoi problemi familiari.
L’incentivo ideale
perché Lady Mary tentasse di detergere l’atmosfera posticcia e pregiudizievole del
suo show con quel nero che fina e sta bene su tutto. Una posa questa, che
avrebbe dovuto garantirle una salva di fischi e
strombazzamenti seriali come avveniva proprio alla “Corrida” , e invece è stata
gratificata dai soliti ascolti.
Segno che gli italiani,
in questa fase, hanno molto da piangere, ma preferiscono quando possibile farlo
sulle disgrazie altrui.
Salvo sorridere, pochi
minuti dopo a "Tu si que vales ", con il milionesimo illusionista che
alberga in questi show.
Quello che serve a
mascherare la molestia subliminale dell’ennesimo strazio artificiale cui il
telecomando ha dato riverbero.
Senza illuminare,
risolvere, sanare. Gemme che sanguinano
repenti . Una ogni tre giorni. Ricordatelo.
sabato 1 ottobre 2016
C'è un delta anche per l'ipocrisia
Che nulla accada e niente si dica e’ una magagna per differire l’inverno.
Da lontano si battono i denti comunque come si
disponessero a un permanere migrante. Abituati alla
resa, non spregiano squilibrio. C’è un delta anche per l’ipocrisia. E noi?
Ci stiamo dentro giocando alla vita.
Ci stiamo dentro giocando alla vita.
giovedì 29 settembre 2016
Gli ottanta anni di Silvio Berlusconi e il modo in cui Mediaset ha deciso di onorarli
La notizia bomba è che oggi,
dal teatrino biscione di Mediaset, è uscito un pensiero potente, e definitivo
anche, che in quanto tale -come a volte capita, anche nelle migliori famiglie-
non ha ottenuto il giusto riscontro.
Opportuno quindi,
riproporlo in serie per confondere il peccato e mutarlo in gratitudine e
innocenza.
Il riferimento e il caso
son gli ottanta anni di Silvio Berlusconi e il modo in cui Mediaset ha deciso
di onorarli. Dentature efficienti e ossessive floride di aneddoti e antenne. Di
una supremazia traditrice e corrente.
Il tema,
attenzione, non è da rubrica di Luciano Onder, bensì da fenomenologia della
politica, ormai sempre più slegata da una fisicità effettiva, e trasfigurata in
un tortino di auguri, sorrisi grati, trasposizioni televisive e suggestioni
virtuali in salsa varia e avariata.
Il corpo vero,
più o meno flaccido, più o meno sudato, più o meno impresentabile, quello di
qualche deputato o sottosegretario che incroci per strada o sul sedile accanto
del treno, è soltanto una protesi, un impiccio, uno strumento antico con cui
fare i conti in vista del tracollo. E questi conti, è palese, non importano più
a nessuno. Perché la vecchiaia assolve e un compleanno rabbonisce e guasta il
flusso spazio temporale annichilendo gioioso tutto. Quello che si dovrebbe dire
e genuflesso in un riverente inchino, pur sofferto improvviso soggiace al
gaudio generale.
Per questo, il
popolo più o meno della libertà non ha ancora mandato a casa il suo esausto
leader, fragile contenitore di acciacchi e follie. E sempre per questo, è
ostico per l'opposizione sostituirlo con un altro capo altrettanto evocativo.
La potenza di Berlusconi, il suo sulfureo totem, è, infatti, estraneo al corpo:
lo respiri nell'aria, nell'etere e nelle cose come un vizio da cui è difficile
guarire. Anche il rottamatore Renzi non ne è stato immune e i grillini l’han in
qualche modo subito pur a distanza.
Merito o
demerito, fate voi, della televisione e del suo figlioccio web, insuperabili
nell'esibire il falso.
giovedì 22 settembre 2016
La tristezza
Aspetto sconvolto da decrepite faglie. Spurgo infinito
crepuscolo,nel sogno di un graffito infante prospiciente il concreto di una
casa.
L’istante invece convoglia un groviglio di visi cerei mentre piomba l’autunno sul patio di una sprovvista evacuazione. Sconvolto da imposta caligine, seguito ad aspettare:
La tristezza è vivere svezzandosi a silenzio e riso scotto.
L’istante invece convoglia un groviglio di visi cerei mentre piomba l’autunno sul patio di una sprovvista evacuazione. Sconvolto da imposta caligine, seguito ad aspettare:
La tristezza è vivere svezzandosi a silenzio e riso scotto.
domenica 4 settembre 2016
Brani
Brani a supplire l’incuria di un’inesattezza
congenita. Quasi un segno del destino se
non si fosse realmente verificato.
Nel mezzo di un “ salva
con nome” che non arriva discese troppo corte per sciogliere l’affanno
assorbendo fetori di acredine e oblio.
C’è sempre una parola che respira in
tutte le altre e non compitarla per intero trancia di netto un sonno snannato
di carezze vispe sazianti notte.
C’è sempre un segno verso la fine una
ruga profonda che ieri non c’era una rondine che si appresta a partire
nell’accorciarsi di luce di una stagione finita.
Che sia nella densità di una diffusa
sottrazione l’incanto vero della vita?
L’orizzonte prossimo a incupirsi fa da
albero maestro.
E quasi autunno è un po’ me ne spiaccio
come chi ricorda una perduta giovinezza spalle incurvate sotto un peso involuto attaccabile frattaglia di una fortezza
mancata.
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