venerdì 10 aprile 2015

Gocciole



 
 
 
 
La sala, un vecchio magazzino con qualche sedia di plastica e un tavolino 
da bar malfamato, era poco illuminata. 
Forse di proposito. O forse perché si trovavano in un fottuto sottoscala decrepito 
che era tutto quello che l’oratorio si sentiva di concedere per quelle serate.  
Antonio non sapeva decidersi. 
D’altronde aveva ragione Fabrizio De Andrè: su certe cose  non c’e tempo 
ne vale la pena di perderci un secolo in più e  per quel che lo riguardava, era già complicato
 investirci minuti in quel luogo. 
Si guardava attorno e si sentiva dannatamente fuori posto. Gli accadeva in sostanza 
da sempre, ma in quel momento sentì d’aver toccato il fondo delle cose umane
e  desiderava sparire. Era arrivato che erano già tutti seduti, ma il moderatore venne 
ad abbracciarlo e gli indicò una sedia. “Vieni fratello”, gli disse, “vieni”. 
Fino a quel momento, nessuno aveva ancora aperto bocca.
 In un angolo c’era un cartellone rosa shocking con scritto:
 
“Non sei solo”. “You are not alone”.



Continuava a ripetersi che andar lì era stato un errore, e in un angolo della sua mente si  accendeva intermittente, l’idea meravigliosa di piantar tutti e fuggire. Forse faceva ancora a tempo ad andarsene in fondo era mercoledì e la sua Juventus si giocava la vita per il passaggio del turno in Coppa Italia contro gli eterni rivali della Fiorentina, quando un obelisco in giacca e cravatta alla sua destra prese  la parola. Si alzò in piedi, paonazzo in volto, e si asciugò il sudore dalla fronte con un fazzoletto Calvin Klein dei marocchini, senza scollare gli occhi dalle punte delle hogan. “Mi chiamo Ottaviano”, disse. “Mi chiamo Ottaviano, faccio il libraio, e da due anni sono un Goccioleista”. Poi scoppiò a piangere, nascondendosi il volto tra le mani.




Allora anche gli altri si alzarono e cercarono di sostenerlo. Chi una pacca sulla spalla, chi un buffetto sulla guancia, chi gli scompigliava i capelli con fare brioso. Un tipo magrolino con il ciuffo alla Elvis  gli porse un pacchetto di Scottex ultraresistenti“Tenga, gli disse, tenga: ché questi non fanno arrossare il naso”.
Antonio restava seduto, con le mani nei tasconi della felpa appena comprata tutto contento per quel cappuccio che dava alla sua capricciosa barba una solenne patente conventuale. Sotto il cartello rosa shocking ce n'èra un altro, color limone. Sopra c'èra scritto:



"Davvero". Really.


All’improvviso il moderatore dell'incontro, Ottaviano, spalancò le braccia come un santone e rivolse a tutti un sorriso benevolo, invitandoli a rimettersi a sedere.
Ottaviano era uno che ce l’aveva fatta. Chi gli aveva  fornito l'indirizzo di quel  posto gli aveva  giurato che ne era fuori da oltre diciotto mesi. Qualcuno, preso dalla voglia d’avere un santo per amico,  azzardava  addirittura che i mesi fossero venti. Senza mai una ricaduta, un solo morso, una sola escursione nell’orzo caldo la mattina presto. Nulla.
Uno tosto. Un augusto. Un principe del foro dell’astinenza in mezzo a tutti quei tapini imbucati dal vizio.
Quando tutti furono di nuovo ai loro posti,Ottaviano  parlò della forza di volontà, della determinazione, della voglia di vivere. Tutti pendevano dalle sue labbra e lui sorrideva guardava e sorrideva, sorrideva con quell'aura da santo, sorrideva con quello sguardo acceso e quella mascella scultorea alla Ronn Moss  quando sta per baciare una delle sue donne , sorrideva con quegli occhi così penetranti  che era legittimo pensare  quegli occhi avessero guadato anche altre sponde.

Venne poi il momento delle confessioni a cuore aperto. E furono istantanei espianti di fegato.




Marzia Ponzi, proprietaria della Premiata Forneria Ponzi: Tutto per lo Stomaco, raccontò con il cuore in mano del suo matrimonio naufragato. Il marito, patito di calzoni e salsicce, non poteva capirla, rammentava,  fissando un qualche punto indefinito del soffitto parrocchiale. Una volta, proseguiva, era a casa e stava male, rannicchiata in un angolo della stanza da letto. E lo stomaco urlava mentre cercava di cacciar via le lacrime e niente, non ci riusciva, quando suo marito rientrò con le buste del supermercato e le sorrise e, allora lei chiese con gli occhi tumidi di astinenza me li hai presi? Dimmi che me li hai presi, ti scongiuro. Ma lui tirò fuori una confezione famiglia di Ottimini al Riso e Mais e le disse: “c'erano solo questi. “Vanno bene lo stesso, vero”?.

Un brivido corse veloce lungo la schiena di tutti i presenti, mentre sulle loro facce si andavano dipingendo espressioni di ribrezzo.
Sotto il cartello color limone ce n'èra un altro ancora, verde acido. Sopra c'èra scritto:



"Te lo giuro". “I swear”.

La rinomata rosticciera riprese il suo drammatico racconto, ma fu colta all'improvviso da violenti conati di vomito.
“Ce la puoi fare Marzia"! "Non mollare”! continuava a ripeterle Ottaviano mentre veniva portata via a braccia dal tizio col ciuffo alla Elvis, quest'ultimo particolarmente attento a non farsi inzaccherare la camicia bianca della purezza conquistata dopo sei mesi di astinenza.. “Tu sei più forte della dipendenza!, le disse Ottaviano. “Tu sei più forte”! .
E quella, con i piedi trascinati sul parquet come una marionetta, fece un gesto con la mano che forse voleva dire "Ok", forse significava "Sì, ciao". Su questo punto non s’ebbe mai certezza.

Ottaviano non si scompose guardò Antonio e gli passò finalmente la parola. Allora Antonio s’alzò in piedi, si schiarì la voce e prese  a spiegare che a lui la dipendenza in sé dalle Gocciole non è che creasse tutti quei problemi, dopotutto.

Gli altri lo fissavano stupiti.

Avanzò spiegando che, cioè, c'èra di peggio delle Gocciole. Che c'èra gente là fuori che faceva uso di droghe più pesanti, come  il crack, l'eroina e il gelato Solero.

Gli altri continuavno a fissarlo stupiti.
Sotto il cartello verde acido ce n'èra un quarto, azzurro. Sopra c'èra scritto



: " La verità, vi renderà liberiThe truth will set you free”.



Ma niente. Ad Antonio quelle perle di saggezza non liberavano l’esofago che si era fatto più costipato del traffico di Hong Kong nell’ora di punta.
Ché a lui non sarebbe mai passato neanche per l’anticamera  del cervello di andar  lì, a una riunione di Goccioleisti Anonimi. Per lo più in una serata in cui c'era la Juventus che rischiava la vita in Coppa Italia. Solo che qualcosa non andò come doveva e si spaventò.

Ottaviano allora lo interruppe, gli poggiò una mano sulla spalla e con voce perita disse: “ci siamo passati tutti, fratello. Conosciamo bene la natura del male. Stai parlando della coazione a ripetere, dell'ossessione di mangiarne ancora una e poi ancora un altra. Del continuare a mandar giù biscottini come non ci fosse un domani, vero”?

No, rispose Antonio. Veramente stava parlando del fatto che le Gocciole gli facevano cagare lentiggini.

Marzia, in un angolo, smise di vomitare e prese pure lei a fissarlo Di lato, come l’Ispettore Catiponda colto da vedenza.




Allora spiegò che da quando era entrato nel tunnel delle Gocciole, aveva questo problema delle feci lentigginose. Lentiggini Pippi Calzelunghe. E che sì, su Scence aveva letto che nelle Gocciole ci sono tante cose strane, come il colore legno  massello che neanche chi li produceva sapeva da dove venisse, o come dei micro tubuli superficiali invisibili a occhio nudo che servivano ad assorbire il latte grazie al fenomeno della capillarità, ed era probabilmente quello che provocava il tutto, solo che…

  Venne  interrotto, e non gli consentirono più di parlare. Ottaviano,  il tizio col ciuffo alla Elvis, Marzia e altri due Goccioleisti Anonimi gli furono addosso e cercavano di bloccargli braccia e gambe.
Tenetelo! urlava  Ottaviano, mentre Antonio scalciava come un puledro. Quest'uomo è all'ultimo stadio della dipendenza e non se ne rende neanche conto! Dobbiamo salvarlo! Tenetelo! Ahia! Cazzo, attenti! Libraio, stringa più forte lei che c'ha il fisico! Tenetelo!
Antonio era in trappola.
Braccia e mani lo afferravano e lo tiravano e gli mancava il fiato e  in un attimo gli prese l'ansia giacché era anche un po' claustrofobico. Quando capì che era giunto il momento. Era il momento di verificare se tutti quei film di arti marziali ciucciati in gioventù, fossero serviti  a qualcosa. Allora rifilò un calcio alla nuca al tizio col ciuffo alla Elvis, che collassò subito  al suolo privo di sensi, e con il ginocchio assestò un colpo poderoso nel fianco del libraio, riuscendo così a liberare il braccio destro. A quel punto prese a mulinare il pugno, assestando cazzotti a tutti, ganci, diretti. Quelli continuavano a tenerlo, e il pugno continuava a andare a manetta e uno di questi, centrò la smoccolante Marzia dritta nel naso, costringendola a mollare la presa. Una volta che anche il sinistro fu libero, fu un attimo darsi l'ultima spinta verso la libertà.





Otto minuti dopo stava ancora correndo. Era sicuro di aver seminato i suoi inseguitori , ma non se la sentì di girarsi a controllare. Aveva perso una scarpa nella fuga e la gamba sinistra quella delle tredici operazioni e il centro di gravità permanente di tutte le sue cicatrici ora gli chiedevano il conto urlando feroce. Era stanco. Sfibrato. Ma soprattutto aveva  fame. Si fermò a riprendere fiato e s’accorse   tardi di averlo fatto giusto davanti alle porte automatiche di un supermercato Porte che si spalancarono  cortesi per lui con un  rumore così esatto da apparire quasi una devota promessa.

Cercò di non guardare all'interno, ma poi un push – up birichino in lontananza lo tradì e lo fece entrare in quell’allucinato cerchio di perdizione  e dopo pochi smaniosi passi le vide , le sorridenti Gocciole nelle loro confezioni tutte bianche e rosse, sullo scaffale degli sgranocchi e dell’infanzia subito dopo l’erta china delle vecchie con i carrelli.
 Le guardava le sue agognate  Gocciole, e sapeva che doveva smettere, anche perché quella gente nonostante tutto lo aveva fatto riflettere, e una volta o l’altra, quella roba, con tutti quei sorrisi superficiali, lo avrebbe ucciso sul serio. E allora ci pensò, ci pensò davvero: di darci un taglio, di disintossicarsi , di tornare pulito, di tornare a essere padrone della  sua vita.

Ci pensò che trentatré anni erano proprio l’età giusta per morire e che se proprio doveva crepare, voleva farlo sciolto in delizia con le sue  Gocciole e scrivendo una di quelle poesie che componeva quotidianamente. Candide rose nere stese sul grigio calvario della sua vita.

Ci pensò. Per trentatré secondi. Uno per ogni anno della sua piccola vita. Gli parve una stronzata. I Trettrè, dal Drive In dei ricordi, annuirono unanimi. Poi entrò, se ne comprò sessantasei pacchi di quelli famiglia per ricordarsene l’esistenza nei momenti di crisi, e ad maiora semper.

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