venerdì 26 dicembre 2014

Rucola e bresaola



Sale d'aspetto gelide e malandate, muri sbucciati, sedili graffiti.
La vita è un continuo viaggio, i giorni sono i paesi, le stazioni che attraversiamo, i finestrini sporchi di treni in corsa nel buio notturno.

Lo sa l'anonimo poeta che ha scritto sul muro: “Ti amo anche se è tardi...”

E ‘ per qualcuno, quella sera di Santo Stefano del 1997, era tardi davvero per nascondersi in un posto dove diventando non s’arriva e al margine del foglio, dove non c’è un a capo cui appigliarsi, si resta soli ricordando che è avvenuto ciò che forse non sarebbe dovuto accadere.

Ci sono emorroidi nel mondo, dove gli anziani si chiamano nonni.

In segno d’affetto, stima, amore.

Il protagonista di questa storia però non è un nonno qualunque. E’ il nonno di Antonio. E lo sarebbe rimasto. Come aveva scritto in alto al foglio dell’ultima poesia che gli aveva dedicato quando lui ormai non poteva più leggergliela.

Aveva voluto tutti i suoi figli accanto nell’ultima sosta ai box il nonno. Perché così doveva essere quell’ultima revisione prima di stappare lo spumante, l’ultimo dell’anno e inaugurare con il suo raggiante sorriso un altro giro sulla  Ferrari dell’esistenza.  Ma così non fu.  Il tempo si fermò prima. Gelando tutto. Meno che la speranza dei suoi figli. Con lui condivisero il dicembre più freddo che la storia ricordi nella sala d’aspetto dell’ospedale della zona tutti militarmente schierati in attesa di un suo cenno. Una moglie, sette figli , dieci nipoti, un paio di baffi e un cappello a borsalino  di un grigio ogni giorno più livido. Poi il cuore più non resse e lo intubarono e li rimase, mentre fuori la vita scorreva tra preparativi di cenoni e avanzi di simposi, micce e luci colorate ignare della sua sofferenza e di quella lacrima perenne che nutriva nel cavo degli occhi. Sempre. Rimpianto. Memorie. Nostalgie mischiate come quella miscela di farmaci che gli iniettavano nelle vene riarse di lacrime arginate a fatica.

Quella che gravava ora sulle ginocchia di Antonio colto da un’afasia inquieta piena di ventagli di parole da vomitare all’infinito verso un cielo ingrato.

Non perché quell’uomo che sfioriva durante le feste era stato suo nonno. Ma perché quell’uomo era stato un uomo onesto.

Un vero compagno. Un grande lavoratore. Un grande padre di sette figli. Ebbe sempre cura di se, dei suoi figli, di quelli cui voleva bene, e se qualcuno capitava a casa sua a qualunque ora, lo obbligava dolcemente a sedere e a mangiare.

Quello che aveva lo voleva dividere con chiunque. Quel poco che aveva lo offriva.

Poche volte Antonio l’aveva visto ridere, forse per antichi dolori e profonda timidezza.

E gli aveva voluto bene come un padre. E così lo pianse.

 Quel giorno di Santo Stefano in cui il suo corpo spariva, inghiottito da un timido sole, Antonio decise che la sua ultima lacrima non se la sarebbe più scordata. Anche se non la vide. Anche se gliela raccontarono. Dal vivo, non ce la fece a vedere l’uomo cui da piccolo aveva aggrappato le sue fragili ossa, immolato a un patibolo di aghi, sonde, e flebo che respirava per lui.

L’ennesima lacrima di dolore per un mondo nel quale non si ritrovava più, del quale non capiva le ingiustizie e i soprusi.

Un mondo che teneva la sua seconda figlia prigioniera di un marito violento e dispettoso come un infante mal cresciuto. Non capì mai perché ci fossero quelle ombre, quell'ostilità in quella macchia torva che talvolta gli si palesava davanti in domeniche sempre più rare ed ogni volta sempre più brevi. Non capì mai perchè quell'uomo fosse così duro nei confronti di sua figlia mentre le copertine di Tv Sorrisi e Canzoni e Panorama pullulavano di donne svestite e sorridenti. Quale sconosciuto crimine aveva mai commesso nei  confronti di quell'Everest di carne da cui fino all’ultimo istante della sua vita non trasparì mai alcuna amnistia?

Non lo capì. Mai. E’ con questo vuoto nel cuore se ne andò.

Prima chiudendosi in un silenzio profondo, e poi triste svanendo dopo aver sistemato tutto, pagato le bollette, imbiancato la casa, fatto i pomodori in bottiglia, le melanzane sott’olio, persino l’ultimo presepe cui teneva tantissimo. E poi sparì. Spiazzando tutti.

Probabilmente, solo a San Francesco di Paola cui era devotissimo confessò tutto il suo dolore. Ma Antonio glielo leggeva dentro quel dispiacere e ora che non c’era più quell’amarezza lo lacerava . Forse perché anche lui non aveva fatto abbastanza da abbattere quell’inspiegabile barriera. All’inizio, il nonno tenne duro, poi quando la distanza consumò anche l’ultimo laccio di pazienza il suo cuore, si ruppe in remoti singhiozzi cui nessuno seppe mai regalare un fazzoletto di ristoro. Avrebbe voluto rivederla sua figlia. Non ce la fece.  Perché la voce è un filo troppo tenue, è non può penetrare le astruse maglie di unioni sbagliate. Così sbagliate da capire. Capire che non l’era bastato essere un lavoratore, un uomo onesto, un marito e un padre esemplare, una persona cui tutti volevano bene. 

Il motore del mondo era un altro e per quel mondo egli non aveva benzina.  Un mondo arido in cui non ci si salva si appare solo all'improvviso non ci si aiuta, prigionieri di voci estranee come inquilini d'inverno. Egli che l'inverno deprimeva. Egli che aveva lavorato una vita, i pomodori, la scarola e la rucola. Il caviale dei poveri diceva. Quanto verde aveva piantato in quel mondo scuro. Quanta speranza aveva infuso in ogni passo. E dentro Antonio. Foreste intere e ne andava fiero come uno scienziato in procinto di scoprire la cura per tutti i mali del pianeta.

Ma quella di cui andava più fiera era la rucola. Perché nella grazia involontaria c’è la bellezza più autentica diceva. E ora che la cospargeva a pioggia sulla bresaola Antonio ne era ancora più convinto. In quella rucola c’era il profumo della vita, dell’onesta  e della correttezza. Quella che l’esistenza aveva smarrito e a grandi respiri esalava da quelle foglie larghe resinose e compiacenti.

La soddisfazione di chi dalla vita non ha avuto niente e ha goduto tutto.

Sette figli, dieci nipoti, una moglie, un paio di baffi e un cappello a borsalino ogni 26 dicembre più grigio.

Il giorno del suo funerale, venne tutto il paese a dargli l’estremo saluto. Antonio, stretto accanto alla sorella più piccola, li vide sfilare tutti uno per uno come davanti a una processione laica: operai, imbianchini, fornai, macellai, poveri in canna, assessori incravattati figli e fratelli di una pista di volo tappata da una millenaria nebbia da cui se riesci a sbucare hai sbancato il Super Enalotto o altrimenti sei condannato a un dolore eterno e senza sbocchi.

Quel dolore raggrumato  all'istante, in un oceanico tormento dal volto reclino, sferzato da un vento ciclonico che rapì tutti  i presenti, in un commosso abbraccio.  Sincero, affettuoso, impotente, anch’essi come lui davanti a una vita segnata e un distacco imprevisto.

 Ora che erano trascorsi diciassette anni da quel tragico evento, mentre Antonio preparava il suo ennesimo piatto di rucola e bresaola pensava ai vagiti del nuovo anno alle porte.

Un anno in cui forse i veri responsabili di un’ingiusta cattività, avrebbero pagato il loro abominio, non solo le anime perse e smarrite che alla vita chiedono poco, quasi nulla,  che non hanno mai preso un aereo, e quando alzano gli occhi al cielo si commuovono innanzi alla meraviglia dell’universo.

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