Un nuovo anno è un a capo infinito
dove la pagina non sfuma
nello spiazzo incerto
delle paure orizzontali
ma prosegue amplificandosi
nell'altro che non chiede,
ma si posa nel presente
attingendo sillabe
di anni irrisolti
al confine di noi;
Luogo periferico
di sciolti legami
anneriti d'asfalto e malinconia.
giovedì 1 gennaio 2015
mercoledì 31 dicembre 2014
Mutande rosse
Nina quella mattina di fine anno era
uscita presto per comprare delle mutande rosse per lei e il suo Antonio. Ultimo
dell’anno ma solito viscido serpentone di liti condominiali, familiari, spari,
botti, petardi, che il suo cuore figlia d’Eva di ultima generazione, avrebbe
voluto schiacciare volentieri. Troppe
voci le rintronavano la mente da quando la madre, aveva cominciato a
frequentare un amico d’infanzia rincontrato per caso su Facebook.
Antonio, dalla
verginità della sua inabilità informatica, cercava di rassicurarla dicendole che
la vita è tecnica di chiaroscuri: ti chiede di illuminare le ombre,
t’impone di dominare le luci.
La perizia è trovare giuste forme, seguire il
canone che in diagonale sottrae alla follia del dolore.t’impone di dominare le luci.
Adesso pioveva vento sulle scale del suo cuore ma Antonio faceva il possibile perche Nina, l’amore della sua vita, non s’affidasse alla malinconia, non lasciasse che il grigio le facesse male:dando il benservito a quella nostalgia che da ragazzo amava come il sogno che un giorno forse lo avrebbe portato lontano. E’ invece era rimasto lì. Per lei. Nina.
Per allearsi con la vita c'è bisogno di compromessi: quando scendi a patti credi di avere perso, senti il fondo duro sotto i piedi - sono baratti difficili per chi sognava cieli.
Ma è in questo modo che delinea i tratti il disegnatore: i bianchi ed i neri si mescolano indissolubilmente.
Così quei due giovani cuori si bilanciavano tra il passato e il futuro, e tra la gente andavano sicuri nel presente e se rimpiangevano qualcosa, era solo debolezza di un momento.
Ma ormai era un anno e mezzo che quella tiritera fischiava furiosa nelle orecchie di Nina.
Di recente gli era morto anche Tino il pesce rosso che si era aggiudicata a una pesca di beneficenza. Ma lei, in segno di devozione per il suo acquatico amico, non aveva nemmeno gettato la boccia vuota. La considerava la perfetta mimesi della sua vita. Quella vita che seguitava in quei riflessi d’iride nell’acqua piovana raccoltasi nella sfera. Trascorreva ore a contemplarla e una larvale consapevolezza le illuminava il viso: quando anche l'ultimo uomo saccente avrebbe lasciato quella terra verde, sulle macerie dell'ultima guerra, si sarebbe alzata in un filo d'erba la vita.
Quella vita che lei come in un sogno eterno condivideva con Antonio e la poesia. La poesia era il suo urlo contro il mondo dei vecchi che non aveva saputo risparmiarle tristezze a dispetto del suo corpo piccolo, armonioso e dolce. E i suoi lunghissimi capelli neri. Solo quando la sua mente si apriva, il suo mondo diventava il paradiso terrestre. Per il resto i suoi occhi erano costretti a vegliare i turbamenti ventricolari di una madre cinquantenne infantile e depressa e i silenzi tormentosi di un padre abbruttito dalla fatica quotidiana troppo stanco per pensare ad una pur minima reazione di fronte a quello smaliziato affronto.
Il condominio fischiava e Nina ingoiava in quel catamarano di case abusive, biancheria stesa, capitoni decapitati, cotechini scotennati, bulletti lentigginosi con una trans in macchina e un trono nel cuore perché l’esistenza non regala scettri nel sacchetto delle patatine e il telecomando è l’unico dominio possibile per chi fa fatica a far quadrare le spese alla fine del mese. Non sapevano quei tristi emuli di allampanati spauracchi, che quell’immaginario potere li avrebbe confinati a un servaggio brado, bulimico e cieco che li avrebbe annullati completamente.
Qualche piano e molto giudizio in più sopra, Antonio teneva curioso le sue mutande rosse in mano come una inattesa reliquia. Nina lo guardava e gli sorrideva languida. Amava quella testolina rasata che con parole profonde e lungimiranti tentava, di rassicurarla. Ma lei le feste di Natale proprio non le sopportava. Ipocrisia, catene, circostanza, auguri. Lei che avrebbe solo desiderato di svanire da quel perenne simposio d’ormoni in vetrina che si vantavano di saper cavalcare, domare, valchirie in calore e invece erano loro che avevano bisogno di qualche severa ripetizione di bon ton.
Quello di cui Antonio era dotato in proporzioni e dimensioni smisurate. Se non impazziva, Nina lo sapeva bene, era merito suo. Di Antonio. Era sempre a disagio, ma bastava che guardasse Antonio martellare la sua benigna tastiera e ascoltasse la sua oceanica risata per capire che non doveva arrendersi ma lei non sapeva parlare, condensare in orizzontali maree le conchiglie che quel ragazzo impetuoso ogni giorno le regalava senza chiedere nulla in cambio. Scriveva come Antonio le aveva consigliato un confuso giorno d’autunno. Scriveva sulle liti, sulle urla che saettavano tra lavatrici accese, televisori ultrapiatti, frigoriferi debordanti di cose e desertificati d’amore, chi la sentiva diceva:“ Ma è scema?A casa sua s’ammazzano e lei scrive il testamento?”.
Le mani smaltate, il marchio della sofferenza ficcato nelle carni, il cellulare per mandare qualche messaggio a qualche sua amica che sentiva intima, ma soprattutto per ricevere le poesie che Antonio le inviava ogni giorno agli orari più impensati per distoglierla dal suo maglio di pensieri fissi, da quel desiderio d’amore che avrebbe voluto abitasse anche a casa sua, specie in quei giorni dove tutti si dicono più buoni e poi ti liquidano frettolosi per il resto dell’anno oppure la canzonavano maligni “A quando il Premio Nobel?”
Lei sapeva che il Nobel era lontano, anche se con la sua poesia avrebbe potuto stendere il mondo intero e sorprendere d’amore tutti quelli che si sarebbero messi ad ascoltarla.
S’infilarono
le mutande rosse lei e Antonio e quell’ultimo dell’anno lo passarono a darsi un
triliardo di baci , ad accarezzarsi, a far l’amore come nessun altro avrebbe
potuto nemmeno immaginare di fare. Lei godeva e Antonio dentro di lei sussurrava: “Ovunque tu sia, ovunque
Un nuovo anno era appena nato e Nina sapeva già che mai nessuno avrebbe potuto scrivere poesia più bella.
Alle pareti della grande stanza c’era un poster di Alda Merini, ma lei dall’alto dei cieli, non l’avrebbe mai saputo.
venerdì 26 dicembre 2014
Rucola e bresaola
Sale d'aspetto
gelide e malandate, muri sbucciati, sedili graffiti.
La vita è un continuo viaggio, i giorni sono i paesi, le stazioni che attraversiamo, i finestrini sporchi di treni in corsa nel buio notturno.
La vita è un continuo viaggio, i giorni sono i paesi, le stazioni che attraversiamo, i finestrini sporchi di treni in corsa nel buio notturno.
Lo sa l'anonimo
poeta che ha scritto sul muro: “Ti amo anche se è tardi...”
E ‘ per qualcuno,
quella sera di Santo Stefano del 1997, era tardi davvero per nascondersi in un posto
dove diventando non s’arriva e al margine del foglio, dove non c’è un a capo
cui appigliarsi, si resta soli ricordando che è avvenuto ciò che forse non
sarebbe dovuto accadere.
Ci sono emorroidi
nel mondo, dove gli anziani si chiamano nonni.
In segno
d’affetto, stima, amore.
Il protagonista di
questa storia però non è un nonno qualunque. E’ il nonno di Antonio. E lo
sarebbe rimasto. Come aveva scritto in alto al foglio dell’ultima poesia che
gli aveva dedicato quando lui ormai non poteva più leggergliela.
Aveva voluto tutti
i suoi figli accanto nell’ultima sosta ai box il nonno. Perché così doveva
essere quell’ultima revisione prima di stappare lo spumante, l’ultimo dell’anno
e inaugurare con il suo raggiante sorriso un altro giro sulla Ferrari dell’esistenza. Ma così non fu. Il tempo si fermò prima. Gelando tutto. Meno
che la speranza dei suoi figli. Con lui condivisero il dicembre più freddo che
la storia ricordi nella sala d’aspetto dell’ospedale della zona tutti
militarmente schierati in attesa di un suo cenno. Una moglie, sette figli ,
dieci nipoti, un paio di baffi e un cappello a borsalino di un grigio ogni giorno più livido. Poi il
cuore più non resse e lo intubarono e li rimase, mentre fuori la vita
scorreva tra preparativi di cenoni e avanzi di simposi, micce e luci colorate
ignare della sua sofferenza e di quella lacrima perenne che nutriva nel cavo
degli occhi. Sempre. Rimpianto. Memorie. Nostalgie mischiate come quella
miscela di farmaci che gli iniettavano nelle vene riarse di lacrime arginate a
fatica.
Quella che gravava
ora sulle ginocchia di Antonio colto da un’afasia inquieta piena di ventagli di
parole da vomitare all’infinito verso un cielo ingrato.
Non perché quell’uomo
che sfioriva durante le feste era stato suo nonno. Ma perché quell’uomo era
stato un uomo onesto.
Un vero compagno. Un
grande lavoratore. Un grande padre di sette figli. Ebbe sempre cura di se, dei
suoi figli, di quelli cui voleva bene, e se qualcuno capitava a casa sua a
qualunque ora, lo obbligava dolcemente a sedere e a mangiare.
Quello che aveva
lo voleva dividere con chiunque. Quel poco che aveva lo offriva.
Poche volte
Antonio l’aveva visto ridere, forse per antichi dolori e profonda timidezza.
E gli aveva voluto
bene come un padre. E così lo pianse.
Quel giorno di Santo Stefano in cui il suo corpo
spariva, inghiottito da un timido sole, Antonio decise che la sua ultima
lacrima non se la sarebbe più scordata. Anche se non la vide. Anche se gliela
raccontarono. Dal vivo, non ce la fece a vedere l’uomo cui da piccolo aveva
aggrappato le sue fragili ossa, immolato a un patibolo di aghi, sonde, e flebo
che respirava per lui.
L’ennesima lacrima
di dolore per un mondo nel quale non si ritrovava più, del quale non capiva le
ingiustizie e i soprusi.
Un mondo che
teneva la sua seconda figlia prigioniera di un marito violento e dispettoso
come un infante mal cresciuto. Non capì mai perché ci fossero quelle ombre, quell'ostilità in quella macchia torva che talvolta gli si
palesava davanti in domeniche sempre più rare ed ogni volta sempre più brevi. Non capì mai perchè quell'uomo fosse così duro nei confronti di sua figlia mentre le copertine di Tv Sorrisi e Canzoni e Panorama pullulavano di donne svestite e sorridenti. Quale sconosciuto crimine aveva mai commesso nei confronti di quell'Everest di carne da cui fino
all’ultimo istante della sua vita non trasparì mai alcuna amnistia?
Non lo capì. Mai. E’
con questo vuoto nel cuore se ne andò.
Prima chiudendosi
in un silenzio profondo, e poi triste svanendo dopo aver sistemato tutto, pagato
le bollette, imbiancato la casa, fatto i pomodori in bottiglia, le melanzane
sott’olio, persino l’ultimo presepe cui teneva tantissimo. E poi sparì. Spiazzando
tutti.
Probabilmente,
solo a San Francesco di Paola cui era devotissimo confessò tutto il suo dolore. Ma Antonio glielo
leggeva dentro quel dispiacere e ora che non c’era più quell’amarezza lo
lacerava . Forse perché anche lui non aveva fatto abbastanza da abbattere
quell’inspiegabile barriera. All’inizio, il nonno tenne duro, poi quando la
distanza consumò anche l’ultimo laccio di pazienza il suo cuore, si ruppe in
remoti singhiozzi cui nessuno seppe mai regalare un fazzoletto di ristoro. Avrebbe
voluto rivederla sua figlia. Non ce la fece.
Perché la voce è un filo troppo tenue, è non può penetrare le astruse
maglie di unioni sbagliate. Così sbagliate da capire. Capire che non l’era
bastato essere un lavoratore, un uomo onesto, un marito e un padre esemplare, una persona cui tutti volevano
bene.
Il motore del
mondo era un altro e per quel mondo egli non aveva benzina. Un mondo arido in cui non ci si salva si appare solo all'improvviso non ci si aiuta, prigionieri di voci estranee come inquilini d'inverno. Egli che l'inverno deprimeva. Egli che aveva
lavorato una vita, i pomodori, la scarola e la rucola. Il caviale dei poveri
diceva. Quanto verde aveva piantato in quel mondo scuro. Quanta speranza aveva
infuso in ogni passo. E dentro Antonio. Foreste intere e ne andava fiero come
uno scienziato in procinto di scoprire la cura per tutti i mali del pianeta.
Ma quella di cui
andava più fiera era la rucola. Perché nella grazia involontaria c’è la
bellezza più autentica diceva. E ora che la cospargeva a pioggia sulla bresaola
Antonio ne era ancora più convinto. In quella rucola c’era il profumo della
vita, dell’onesta e della correttezza. Quella che l’esistenza aveva smarrito e a
grandi respiri esalava da quelle foglie larghe resinose e compiacenti.
La soddisfazione
di chi dalla vita non ha avuto niente e ha goduto tutto.
Sette figli, dieci
nipoti, una moglie, un paio di baffi e un cappello a borsalino ogni 26 dicembre
più grigio.
Il giorno del suo
funerale, venne tutto il paese a dargli l’estremo saluto. Antonio, stretto
accanto alla sorella più piccola, li vide sfilare tutti uno per uno come
davanti a una processione laica: operai, imbianchini, fornai, macellai, poveri
in canna, assessori incravattati figli e fratelli di una pista di volo tappata da
una millenaria nebbia da cui se riesci a sbucare hai sbancato il Super Enalotto
o altrimenti sei condannato a un dolore eterno e senza sbocchi.
Quel dolore
raggrumato all'istante, in un oceanico tormento dal volto reclino, sferzato da
un vento ciclonico che rapì tutti i presenti, in un commosso abbraccio. Sincero,
affettuoso, impotente, anch’essi come lui davanti a una vita segnata e un
distacco imprevisto.
Ora che erano trascorsi diciassette anni da quel tragico evento, mentre Antonio
preparava il suo ennesimo piatto di rucola e bresaola pensava ai vagiti del
nuovo anno alle porte.
Un anno in cui
forse i veri responsabili di un’ingiusta cattività, avrebbero pagato il loro
abominio, non solo le anime perse e smarrite che alla vita chiedono poco, quasi
nulla, che non hanno mai preso un aereo,
e quando alzano gli occhi al cielo si commuovono innanzi alla meraviglia dell’universo.
giovedì 25 dicembre 2014
mercoledì 24 dicembre 2014
martedì 23 dicembre 2014
Rafa Benitez : Che Guevara con l'ombrellino e Mary Poppins con il mitra
Rafa Benitez. Quando è arrivato all’Inter quattro anni
fa, pareva una cotoletta impanata e fritta. Schiacciato da una pesante eredità,
ha fatto comunque quello che gli riesce meglio: alzare coppe come un salumiere
rifinito. A Napoli fa lo stesso eppure non basta a placare una fame sahariana e
alimentata da quotidiane inedie . E lui lì ad alzare coppe con ghigno feroce in faccia. Un cacciatore folle
Rafa Benitez. Iersera ha ucciso la zebra davanti a una folla immensa e in un
istante Doha e diventata Sua. Perché l’uomo è riuscito a trasformare la
Juventus: da società perfetta e universale a squadra arida e inquieta. Ma, cosa
più importante ha restituito al mondo il Napoli. Sempre pazzo, per
fortuna, ma capace per una sera, di una
tranquillità lucida e spietata.
E’ vero, ha vinto solo una Supercoppa
Italiana. Ma non meritava di perderla e
quando s’è trattato di vincerla l’ha vinta. Questo prodigio di dicembre,
comunque vada a finire il resto della stagione, ha il merito di Rafael Benitez,
uomo di difficile definizione. L’ho chiamato cacciatore ma è banale.
L’uomo ha invece lo stile e la grinta di
un comandante sudamericano, uno di quelli che riuniva una banda d’irregolari, e
la trasformavano in una formazione capace di vincere una guerra. Che Rafa
Guevara! Ma non diteglielo altrimenti oltre i baffi da Sergente Garcia si fa
crescere la barba e si compra un basco.
Quali le qualità del buon comandante?
Un buon comandante nella giungla del calcio
italiano, deve avere una preparazione, azzardo una parolaccia, una cultura
superiore alla media. I giocatori devono pensare che il capo sa le cose non si
limita a ripeterle, o a indovinarle. Deve possedere “carisma e sintomatico
mistero” per citare Battiato (che Rafa conosce, potete giurarci). Non deve
essere autoritario bensì autorevole: l’unico modo di imporre la propria
autorità.
Altre caratteristiche del comandante
Rafa? La sincerità verso il gruppo. Eccone due inequivocabili esempi. De Guzman
e Lopez. Quando son arrivati a Napoli, non ha steso tappeti rossi per loro due eppure
nel momento decisivo, considerando per loro la partita di iersera un’occasione irripetibile
per uscire dal cono d’ombra di un lucroso anonimato, contando sull’ ammontare delle
loro motivazioni li ha messi in campo lasciando in panchina i più talentuosi e
iperbolici Inler e Mertens.
Oggi tutti esaltano Higuain con Tevez e
Pogba gli unici pezzi pregiati di un campionato soporifero e comatoso. Come s’ingannano
ciechi profeti! La mimica bonacciona, l’adipe indolente, traggono in inganno. Molti
osservatori traditi dal falso vaticino del complice flash non capiscono che
quella che pare una zavorra fisiognomica è un accessorio spirituale. L’uomo
studia ossessivamente uomini, fatti e cose. In un Paese di geniali
improvvisatori è strano, sospetto, o tutte e due le cose.
Si Rafa è una maschera napoletana. Ma son
certo non la prenderebbe bene cominciando ad elencare fatturati diversi e
mancati acquisti. L’uomo argomenta con abilità, e il suo italiano e quasi più
efficace del suo amatissimo inglese. Eppure in Italia non l’hanno capito. In
estate voleva Skrtel eppure non ha minacciato il suicidio quando gli hanno
preso Koulibaly. Ha ribattuto colpo su colpo, con accorgimenti tattici molto
superiori alle effettive capacità tecniche dei suoi.
Da quando è arrivato in Italia, molti
gli sorridono convinti di fregarlo. Lui li soggioga con la sua spericolata
voglia di vincere. La determinazione sorridente di Rafa è così evidente che
diventa qualcos’altro: carattere. Una macedonia di egocentrismo e
disponibilità, passione e calcolo, incoscienza e memoria, clausura e teatro. Ha
iniettato la gagliardia spagnola nella resilienza italiana è il cocktail è stato
vincente.
I
rigori di ieri son stati uno schiaffo alla presunzione di chi, ha provato a
portarsi a letto la donna della vita spegnendo la luce prima dei necessari preliminari
in cortile. Ma è difficile arrivare in camera da letto se prima non apri la porta.
Quella schiusa appunto da Rafa Benitez attraverso
gli attributi di Higuain è murata mediante i guantoni di Rafael. Un altro di
quelli criticati eppur custoditi nella borsa ventricolare del tecnico spagnolo.
Chi è dunque Benitez?Che Guevara o Mary
Poppins? La risposta incredibile è tutte e due. Che Guevara con l’ombrellino o Mary
Poppins col mitra. Non c’è dubbio che l’uomo non si copre e fiero se ne va
mostrando la sua dorata bacheca.
Ma cos’è coprirsi nel calcio? Forse il
difensivismo peloso dentro il quale per decenni abbiamo nascosto le cattive
abitudini di tutti e i crimini di qualcuno?
Resterà Rafa? Non credo. Liverpool e una
famiglia solida lo aspettano. L’epilogo della stagione, qualunque sia fornirà
occasioni perfette per chi vuole partire.
Forse solo una campagna acquisti degna
di questo nome potrà frenare l’inevitabile dissidio: ma non credo ci sarà. E un
uomo vero se ne andrà da una merceria di gelidi manichini. Sarà un’uscita di
scena drammatica, secca, indimenticabile .
Proprio come quella di Che Guevara e
Mary Poppins.
Sparerà una mitragliatrice di sorrisi e
decollerà con un ombrello milionario: e i tifosi napoletani, a salutarlo con la
mano. Un’ascensione laica, l’unica consentita a uno spagnolo cattolico e
borghese.
domenica 21 dicembre 2014
Calciatori Panini
Ieri ho comprato il nuovo album Calciatori Panini.
E la coccola dell'infanza s'e fatta di nuovo strada tra questo aderire in penombra.
Sfogliare quelle pagine interdice i miei lisi percorsi iniettandomi una nuova alba nelle vene.
Come se ci fosse un altro mercoledì ad attendermi in questo presente corazzato da una difficile pronuncia, qualcosa si rigira e riconosce in quegli spazi vuoti stampandosi all'incrocio dei pali dell'emozione lentamente accarezzando bianco e superficie.
Penso a Carlos Te
vez e alla profondità delle sue cicatrici. S'è c'è l'ha fatta lui ad emergere da quella voragine di violenza figurarsi io dalla ruga del capovolto.
Guardo la finestra ed è già il tramonto.
Il tempo è un bravo bambino.
Io, da qualche parte, perchè ogni inizio è afono, e solo gli anni stabiliscono il nome, continuo ad esserlo.
Nessun'ombra accade senza luce.
E la coccola dell'infanza s'e fatta di nuovo strada tra questo aderire in penombra.
Sfogliare quelle pagine interdice i miei lisi percorsi iniettandomi una nuova alba nelle vene.
Come se ci fosse un altro mercoledì ad attendermi in questo presente corazzato da una difficile pronuncia, qualcosa si rigira e riconosce in quegli spazi vuoti stampandosi all'incrocio dei pali dell'emozione lentamente accarezzando bianco e superficie.
Penso a Carlos Te
vez e alla profondità delle sue cicatrici. S'è c'è l'ha fatta lui ad emergere da quella voragine di violenza figurarsi io dalla ruga del capovolto.
Guardo la finestra ed è già il tramonto.
Il tempo è un bravo bambino.
Io, da qualche parte, perchè ogni inizio è afono, e solo gli anni stabiliscono il nome, continuo ad esserlo.
Nessun'ombra accade senza luce.
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