domenica 12 giugno 2011

Delle tette che non si possono rifiutare


Di Antonio si poteva dir tutto ma proprio tutto tranne che non fosse un tipo in gamba.
Lo era in effetti e finalmente dopo tanti sforzi era riuscito a farsi raccomandare per un posto come archivista alla biblioteca del paese.
Non era granchè, ma tutto sommato il lavoro gli permetteva di sentirsi attaccato a qualcosa che non fosse scivoloso quanto il resto della sua vita.
Aveva accettato quel lavoro senza remore. Non perchè si sentisse anonimo e privo di quella necessaria vitalità che permette agli esseri umani di distinguersi dalla massa sia ben chiaro, ma dovendo mantenere una famiglia sapeva benissimo quanto fosse il caso di non rifiutare.
Suo padre, l'aveva abbandonato ancora prima di sapere cosa volesse dire aspettare un figlio per cui si era sempre sentito come se gli mancasse qualcosa. Un vuoto che non era qualcosa però ma qualcuno piuttosto. Quel qualcuno non arrivò mai e fin da piccolo aveva comunque smesso di sperarci.
Anche per questo quando il direttore del museo gli chiese di partire per la Grecia per recuperare un importante faldone contenente dei documenti decisivi ai fini di un indagine sui padri fondatori della chiesa del paese fu entusiasta.
Era la sua occasione per evadere da quel piccolo microcosmo in cui si era volontariamente rinchiuso per anni e chissà, magari riflettere sull'opportunità di riprendere in mano quella vecchia idea di scrivere un libro sulla sua vita.
Non sapeva se lo avrebbe fatto ma gli piaceva l'idea che avrebbe potuto per cui la sera prima, senza pensarci troppo infilò in borsa anche quel trascurato plico.
Ora, si trovava in treno.
La luce filtrava radiosa dalla finestra illuminando tutto lo scompartimento. Non c'era nessuno.
Poi, all'improvviso un rumore. Sordo, secco, deciso ed ecco pararglisi di fronte una donna bellissima con in braccio un bambino di pochi mesi.
Da come lo carezzava doveva essere sua madre. Glielo chiese. Lei cortese, rispose di sì mentre gli si accomodava vicino dalla parte del finestrino.
Non era solito avventurarsi così con le donne ma con lei era diverso.
Lo sentiva davvero ma non voleva pensarci troppo così per distrarsi cominciò a scorrere un blocco di documenti.
Era un lavoro duro. Ne aveva svolti altri in passato ottenendo anche buone gratifiche, ma sentiva che questo era diverso.
Era inquieto ma per quanto si sforzasse, non riusciva a capire perchè.
Una prima possibile risposta tuttavia gli si parò davanti mezzora dopo, quando all'improvviso la sua vista fu colpita dalla visione di una tetta enorme che sbarazzina e prorompente tentava di soddisfare la voglia di latte del suo bambino che dopo esser partito come un razzo ora mostrava preoccupanti segni di resa.
Era letteralmente sfinito circondato com'era dal calore di quella mamma così generosa.
Pur sconvolto dal pianto del recalcitrante infante, era un bel quadretto familiare.
Pareva infatti, una mimesi del Dittico di Melun di Jean Fouquet. Solo che al posto di Agnès Sorel stava quella lussuriosa matrona che non la smetteva un istante di tormentare il suo neghittoso bambino.
Non la voleva proprio smettere ed ogni momento era buono per tentare un possibile assalto.
All'ennesimo tentativo andato a vuoto, anche se faceva di tutto per non ammetterlo e per non farlo vedere, un certo imbarazzo cominciò ad insinuarsi anche in lui che ora abbassava gli occhi tentando di nascondere il viso arrossato dalla vergogna nelle verdi cartelle di quel grigio impiego.
Ad un certo punto esausta, anche lei s'abbandonò sul sedile lasciando tutto quel bendidio alla portata della brezza del vento primaverile che le sfiorava leggero i capezzoli e i suoi occhi malandati che ora finalmente, la guardavano ogni secondo più intensamente.
Allargò il campo visivo e fissò il bambino.
Piangeva.
Rendendosi conto di quanto era accaduto quella potente fanciulla giunta da chissà dove, prese frettolosamente a scusarsi tenendo finalmente a bada il capriccioso seno.
Lo spettacolo era finito.
La loro vita sarebbe continuata anche senza di lui.
Sentì un impellente bisogno di prendere una boccata d'aria.
Fece per uscire, ma prima di farlo, diede un ultima occhiata al bambino.
Avrebbe voluto dirgli che avrebbe avuto un sacco di tempo per rifiutare una tetta e che fin quando gli era possibile doveva ciucciare e basta perchè certi regali la vita non li fa tanto spesso e nella vita ci sono tette che non si possono rifiutare perchè per uno che rifiuta c'è ne sono cento pronti a mettersi in fila aspettando di potercisi attaccare come api al miele.
Avrebbe voluto urlargli questo e mille altre cose ma non lo fece.
Il treno era ormai arrivato al capolinea.
La sua vita invece, era appena cominciata.

3 commenti:

  1. racconto interessante,godibile e originale... inoltre di questo Antonio comincio già ad immaginare altre vicende ed altri flussi di coscienza,quindi mi raccomando Raffaello,ne aspetto altri di questi post ;) un caro saluto.

    DarkSide

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  2. vicky Scarface12 giugno 2011 15:42

    Racconto coinvolgente, vibrante, intenso uno spaccato di vita quotidiana che brilla di una luce particolare di vitalità. Antonio singolare personaggio incrocio tra il mattia pascal (con lui ne condivide persino il lavoro) e un uomo comune animato dalla voglia di sognare e vivere ogni istante della vita. O forse, semplicement eun "Raffaello" a me noto:)

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  3. Buonasera DarkSide e grazie per il tuo primo commento qui sul nostro blog!
    Accolgo la tua proposta e ti anticipo che Antonio r lr sue avventure torneranno presto...
    Imfine Vic hai ragione c'è molto di autobiografico in Antonio!
    A presto"

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